Aveva raggiunto una piccola comitiva che, attorno a un lungo tavolo, faceva pranzo. Dopo aver salutato tutti, ed erano più donne che uomini, lui era andato a sedersi di fianco al capo comitiva. L’ing. Così lo chiamavano tutti, più le donne che gli uomini. Tutti gli davano del “lei” all’ing. Lui invece del “tu”. Presero a scherzare, l’ing. lo stuzzicava riguardo i viaggi di lavoro assai di frequente poco fruttuosi, lui incalzava l’ing. sull’avanzare dell’età. Di fronte all’ing., nella tavolata, stava Marzia. Una gran bella Sofronia. Aveva superato i quaranta ma tutto, più che andare fuori posto, col tempo si era sistemato al meglio. Le spalle erano larghe. E sotto di esse le forme erano tonde come quelle di una trota. Il trionfo di una fisiologica accoglienza misericordiosa. Portava sempre camicette dal colore chiaro e dal tessuto fine e setoso. Quel tipo di tessuto che sottoposto alla luce è accogliente e dispensatore di altra misericordia. I seni, che potentemente costringevano a una brusca curva i lati del giubbottino leggero che aveva indosso, se ne stavano dentro a un reggipetto di pizzo dello stesso colore della camicetta senza che l’omogeneità cromatica ne favorisse il mimetizzarsi.
A un certo punto, uno dei camerieri con una portata in mano si avvicinò alla tavolata rivolgendosi a lui che era l’unico senza piatto dicendo: “69?”. Lui che stava continuando con l’ing. sul registro della goliardia, rispose prontamente: “Bel numero ma non è il momento adatto”. Sul volto di Marzia si stampò una smorfia di compiaciuta malizia. Le labbra si separarono un poco da un lato mentre lo sguardo, che non incrociava quello di nessuno al tavolo, andò a infrangersi contro la pancia della bottiglia dove, a guardar bene, i più erotici e bei ricordi, targati con lo stesso numero, come in quegli acquari con cui si smorfia il futuro, presero forma.

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