Fatti, rivendicazioni, reazioni e analisi dopo l'attentato dei terroristi di Hamas contro una sinagoga a Gerusalemme

Quattro civili israeliani erano in preghiera questa mattina in una sinagoga di Har Nof, nella zona ovest di Gerusalemme, quando due terroristi, coltelli e asce in mano, li hanno feriti a morte. Il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld, ha definito l’accaduto come un “attacco terroristico”. Non è passato molto tempo prima che il gruppo radicale palestinese Hamas rivendicasse l’attentato, mentre altri jihadisti lo hanno celebrato e hanno invitato ai fedeli a compiere attentati simili.

VENTI DI GUERRA

Da luglio, quando Hamas ha sequestrato e ucciso tre ragazzi israeliani, il conflitto tra Israele e Palestina è tornato sotto i riflettori dei media. Il governo di Benjamin Netanyahu ha subito deciso l’intervento militare per chiudere i tunnel sulla Striscia di Gaza e una nuova guerra in Medio Oriente sembrava alle porte.

ONDATA DI RAPPRESAGLIE

Secondo il quotidiano Haaretz, in Israele ci sono stati sei morti in meno di un mese. Israeliani uccisi a coltellate, investiti da macchine sconosciute. “Nell’ultimo mese sono morti più israeliani che negli ultimi quattro anni”, ricorda il blog “Balagan”. Attacchi e rappresaglie, come quello di oggi alla sinagoga (come vendetta per la morte di un autista palestinese apparentemente suicida), hanno portato la questione religiosa al centro dello scontro. Mentre in Irak si muore per essere cristiani, in Israele la condizione di essere ebreo è un pericolo latente.

LA TERZA INTIFATA?

Attraverso Twitter, Barak Ravid, corrispondente di Haaretz, ha scritto: “In caso qualcuno non si sia reso conto, la Terza Intifada è qui”. Le autorità cercano di mantenere la calma, ma il momento di tensione è storico. In un’intervista pubblicata da The Atlantic, Jonathan Schanzer, rappresentante della Fondazione per la difesa delle democrazia, ha detto che “nonostante Gerusalemme è sempre stata una città piena di tensioni, questa volta stiamo andando verso qualcosa di sconosciuto”. C’è davvero il rischio in Medio Oriente di una Terza Intifata?

IL MONTE DEL TEMPIO

La disputa per la spianata delle moschee (Monte del Tempio per gli ebrei) è diventata nelle ultime settimane un tema di duro scontro tra israeliani e palestinesi. Gli ultranazionalisti ebrei esigono un cambio di status del luogo santo, dove possono pregare solo musulmani, nonostante è considerato il luogo santo del ebraismo. Il presidente della Palestina, Mahmud Abbas, ha detto che la questione può portare il conflitto alle porte di “una guerra religiosa”.

I PRECEDENTI

In Israele, invece, al posto di “guerra religiosa”, alcuni analisti e politici sono ritornati ad usare la parola “Intifada”, (in arabo “rivolta”) e denunciano il rischio che si ripetano le situazioni vissute negli anni ‘80 (Prima Intifada) e nel 2000 (Seconda Intifada); due rivolte di palestinesi contro l’occupazione israeliane con la bandiera di “sterminare gli ebrei”.

ALTRO SPARGIMENTO DI SANGUE

Un corsivo di Hareetz a firma di Anshel Pfeffer sostiene che in Medio Oriente è in corso una lotta per la distribuzione del potere tra Israele, l’Autorità palestinese, l’Egitto anche Hamas. Gli scontri tra Israele e Hamas nella Striscia non sono da considerare una nuova Intifada. Neanche per l’aumento di accoltellamenti, attacchi terroristici con auto, rappresaglie e scontri tra polizia e i giovani. “Solo una rivolta abbastanza ampia da far cadere la struttura di potere a Ramallah, o una decisione consapevole da Abbas e dei suoi successori a cedere il controllo e, come Arafat nel 2000, potrebbe consentire alle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese di prendere le armi contro gli israeliani e scatenare una Terza Intifada”. “Adesso no – prosegue Pfeffer-. Tutto quello che abbiamo è un altro ciclo di spargimenti di sangue, nato dalla frustrazione che non porterà da nessuna parte”.

LA POSIZIONE DI NETANYAHU

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato “rinforzare le misure di sicurezza in tutto il Paese, distruggere le case dei terroristi, instaurare una politica severa contro chi lancia pietre e molotov”. Il ministro della Difesa, Moshe Yaalon, preferisce non evocare l’Intifada perché “non ci sono persone per strade. Quello che vediamo sono giovani che partecipano al terrorismo popolare e, principalmente, attentatori in solitario. Allora, come lo chiamiamo? Non ci sono dubbi che si tratta di una escalation di violenza. Dobbiamo aspettare per darli un nome”.

IL FUTURO DEL GOVERNO

Oltre alla tensione tra Israele e Palestina, si aggiunge la scadenza per l’accordo sul nucleare iraniano. I diplomatici del gruppo di paesi impegnati nella trattativa con Teheran hanno tempo fino al 24 novembre per trovare l’intesa. Inoltre, la coalizione di Netanyahu è in difficoltà perché domenica voterà su una legge – voluta dalla destra israeliana – che potrebbe far crollare il governo.

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