Bisogna sempre affrontare la buccia nera delle nubi prima di arrivare. Questo insegna il volo. Uno dei motivi che fa, del volo, la migliore scuola di poesia. Wittgenstein, lui che studiò aeronautica, una volta a Russell disse che se fosse stato completamente idiota avrebbe fatto l’aeronauta, altrimenti sarebbe finito a fare il filosofo.
Bisogna sempre affrontare la buccia nera delle nubi prima di raggiungere la propria destinazione, sia che essa sia laggiù, lungo le luci allineate di una pista che compare d’un tratto nello sparigliarsi del fumo nero con cui la notte riempie il cielo, sia che essa si trovi lassù in alto dove, riverbero dei riverberi, il sole si specchia sul latte di nuvole aprendo di fronte ai nostri occhi un’autostrada di luce.
Questa era l’idea che aveva del volo e della poesia Antoine de Saint Exupéry. Pilota e scrittore. Uno di quei personaggi allevati a pane e minio. Il cui battito cardiaco andava preso sul polso di uno dei longheroni degli aeroplani che pilotava, foss’anche uno di quelli con cui distribuiva la posta per l’Aeropostale dove era finito, dopo uno di quegli atterraggi di fortuna cui obbliga la vita, dopo le gesta della prima guerra mondiale.
Già, la grande guerra. Quella fucina di eroi che vissero negli anni 20’ e 30’ come i soldati USA reduci del Vietnam negli anni 70’ e 80’, alla ricerca di un posto nella vita ordinaria. Vita che molti di loro vissero, poi, da disadattati, non essendo per nulla abituati a tenere i piedi per terra. Alcuni alzarono troppo la posta della loro vita e finirono con l’arrivare senza benzina alla fine della pista di decollo. Pista di fronte alla quale si spalancò il baratro dei baratri. Come Hermann Göering, ad esempio, che aveva volato, per dire, con il Barone Rosso. Lui, invece, Antoine de Saint Exupéry, la posta finisce col doverla consegnare. E, in quel mestiere ordinario, riuscì a trovare una seconda vita grazie, appunto, al volo e alla scrittura.
Bisogna sempre affrontare la buccia nera delle nubi prima di raggiungere la propria destinazione. Questa è l’idea che anima “Volo di notte”, forse il più bel libro dello scrittore e pilota transalpino. Libro che scrisse, facendo memoria della sua esperienza di pilota – postino che svolgeva il suo servizio sopra i cieli dell’Africa e dell’America Latina. Le pagine, molto meglio di tanti selfie che, tanto, senza luce non si possono fare, schiudono di fronte ai nostri occhi immagini bellissime. Che sono vivide nello srotolarsi delle cronache di volo registrate da Fabien (il protagonista) e dal radiotelegrafista che dei viaggi notturni del primo è la voce che l’accompagna. Quell’effetto che ha chi guida l’auto di notte ascoltando la voce della radio.
Fu un genio Dellapiccola a far di “Volo di notte” un’opera con sei scene condensate in un atto unico. Dove il tenore radiotelegrafista diventava il cronista di una memoria individuale, di un racconto alato e poetico che il tempo avrebbe affinato in Storia. Il radiotelegrafista era insomma, nella messa in scena di Dellapiccola, quello che fu Denis Jenkinson per Stirling Moss in quella Millemiglia del 55’ in cui il britannico s’impose. Jenkinson, amico e connazionale del campione britannico, che aveva studiato ingegneria aeronautica e che aveva, egli stesso, un passato tra carburatori e minio, corse con Moss facendogli da navigatore. Seduto nel posto della suocera, se da una parte srotolava il tamburo che di ogni curva aveva la ricetta espressa in marce e percentuali di gas da dare a mezzo acceleratore, dall’altra raccoglieva come fosse un nastro perforato di un radiotelegrafista, appunto, la cronaca di una corsa che sarebbe entrata nel mito e nella leggenda.
Non c’è migliore metafora della vita del volo. Così come può esserlo una corsa automobilistica. Folle volo, folle corsa. Perché quando si corre, quando si vola occorre rispettare un’etica imposta, quella imposta dalla tecnica di guida o di pilotaggio. Non c’è tempo per l’uomo di darsi in pasto alla propria chimica, per natura depravata, che avvelena i suoi gesti, le sue azioni del fiele che in vita ci inizia a decomporre dal primo vagito in poi. Volare, così come la corsa contro un tempo, contro se stessi, il prometeico ambire a violare della natura la sacra legge, che essa sia la gravitazione universale piuttosto che la forza centrifuga, leggi che hanno sempre buon gioco nel trattenerci per via della nostra natura inerte e greve, rende l’uomo migliore. Per un periodo limitato di tempo, limitatamente all’esecuzione della sua impresa, egli è più leggero di quello che è destinato a essere ordinariamente. A lui è data la possibilità di guardare in alto. Di starsene con il naso all’insù. La possibilità di guardare il Sole e di vedere, sulla brina del proprio cruscotto di metallo, il brillare delle stelle, il loro naturale sorridere. Il volo, ovunque sia puntata la prua, fa rotta sempre verso la curvatura della scodella che fa alla Terra da cappello. Verso la piega, alle spalle di Gibilterra, dove guardò Ulisse quando decise di fuggire la morte della vita ordinaria di Itaca dopo aver riabbracciato Penelope e Telemaco. Verso la piega, al limite di aderenza, della curva successiva che il pilota imposta miscelando l’istinto al dettato del navigatore al suo fianco.
Che fantastico punto di osservazione è quello del volo. Non ebbe fortuna, ma ebbe tutte le ragioni Icaro. E Antoine de Saint Exupéry, come dice bene Pietro Boitani, ha saputo mettersi nel giusto sistema di riferimento. Come ha fatto, appunto, Jenkinson con Stirling Moss. Si è messo sul sistema di riferimento mobile. Perché una cosa è parlare di minio e di sugna con le mani pulite e con il sedere piantato su di un riferimento statico. Il cosiddetto riferimento delle stelle fisse. Un’altra cosa è, ed è cosa assai più suggestiva e poetica, essere in mezzo a due tappeti di luci, spiati da Luna. Quello fatto dalle luci che fuoriescono dagli usci delle case che si scorgono dall’oblò, e quello ordito dalle cinque punte di ogni stella che irradiano fotoni luminosissimi. E’ solo da quel punto di osservazione che si possono confondere lunghezze di tempo con quelle di spazio. E’ solo lì, quando si è sistemata la rotta e finito di controllare gli strumenti, quando si adagia la nuca sull’appoggiatesta, che si può pensare di essere in volo rovesciato immaginando di far combaciare il cielo di stelle con la toponomastica giù in terra. Due planisferi distanti, giustappunto, anni luce.
Come il sognatore che quando chiude gli occhi li riapre nel retro della federa che odora di agrumi, così il pilota che vola di notte sogna a occhi apertissimi nell’oscurità che il fumo nero riempie e che odora di benzina.

Il punto vero però è un altro. E chi vola di notte lo impara a comprendere. Abituato a cibarsi dell’infinità degli spazi che la sua prospettiva gli offre, abituato a riconoscere le nazioni solo dalla forma dei confini facendo, dei viaggi, le migliori lezioni di geografia, il pilota che ha l’occhio di un Napoleone alla fine di una campagna di conquiste, sa bene che si può godere della stessa infinita eternità anche e perfino nel perpetuarsi dei giorni in una tranquilla fattoria di campagna. Perché l’uomo, comunque, a un certo momento del viaggio ha bisogno di sentire tutta la sua gravità. Avverte l’esigenza di tornare a sentire tutto il peso degli anni.
L’aereo, come il vomere, sono strumenti con cui tracciare dei solchi. Rughe nel cielo così come nella terra. Tracce destinate a scomparire. Sono strumenti che non possono regalare per sempre l’eternità, ma al limite mostrarla con più o meno effetti speciali.
Non rimane, dunque, dopo aver aperto un solco tra le zolle, aver solcato tutta la pista con il carrello, guardare al seme e a quella rugiada notturna che lo bagnerà per dare discendenza e garantire il futuro alla vita. Le stelle continueranno a luccicare. Sulla brina così come sulle lacrime commosse cadute in terra. O su di un pezzo di carta, per farne poesia. L’unico vero solco che il tempo non può cancellare.

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