Ogni anno che passa è sempre più difficile, ricordi tutto come se fosse l’ultima cosa che hai vissuto, l’odore del sangue di corpi tumefatti, la sabbia che ti secca la gola, i miei 19 anni e una fidanzata ad oltre 4000 km.
Ripercorro come un film la corsa sfrenata da Tallil a Nassirya in ambulanza, sole cocente di una mattina terribile, l’incoscienza di un ragazzo orgoglioso d’indossare la bandiera italiana sul braccio e con mille ideali.

Erano appena le 10.40 del mattino in Iraq, quando sulla base Militare Maestrale esplose un camion cisterna con oltre 300 Kg di tritolo, uccidendo 19 italiani e nove iracheni. Arriva una telefonata al triage dell’ospedale da campo: C’è stato un attentato. Venite qui che c’è l’inferno dissero gridando. Sulla mia ambulanza a sirene spiegate preparavo i lacci emostatici e altro per il primo soccorso. La base MSU stava ad appena cinque chilometri da noi, ma arrivarci fu un’impresa. La strada ci veniva continuamente osteggiata dai mezzi di alcuni iracheni che cercavano di fare ostruzionismo. Chiara la logica: più tardi arrivano i soccorsi, più morti ci saranno. Per fortuna i carabinieri si misero a farci da scorta aprendo la via. Siamo i primi soccorritori ad arrivare. Vedo subito tre mezzi bruciare: la cisterna degli attentatori, un mezzo dei carabinieri, un altro dell’esercito, gente che grida, esulta, spara in aria. Non ci capisco più di tanto, nonostante la mia alta formazione e l’addestramento a situazioni come queste. Un uomo, mi indica il VM poggiato su un lato. Mi avvicino, cerco di aprire il portellone è bollente, con l’aiuto di un altro commilitone c’è la faccio entro e vedo quattro uomini a terra. Solo dopo mi accorgo di un quinto, coperto dagli altri corpi. Era Pietro Petrucci.

Pietro non era un semplice soldato, era un amico, un pari corso, ci eravamo conosciuti in una delle lunghe attese in fila per una telefonata a casa, semplice, genuino, un mio coetaneo con le stesse paure e le stesse angosce, veniva a trovarmi in ospedale per la profilassi anti malaria, si scherzava e rideva fino al giorno prima, poche ore dopo, me lo ritrovo li, incosciente e senza forze, lui che era un leone.
Morirà qualche giorno dopo ed io rimpiangerò sempre il fatto di non esser stato in grado di potergli dare un’altra possibilità, ho pregato, ho chiesto al Signore di risparmiarlo, ma non fui ascoltato, oggi ancora, le lacrime mi prendono quando lo penso.
Nassirya questo è stato per me una palestra dura e cattiva, un posto dove a 19 anni devi assolutamente diventare uomo se vuoi sopravvivere, dove capisci il valore della vita e sopratutto della morte, una terra amara, un luogo di sacrificio dove ogni anno il mio pensiero ritorna in ricordo di 19 eroi, una scritta sulla pelle che ricorda quel vigliacco 12 novembre del 2003.

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