La ricchezza è sempre più polarizzata. Lo ha sostenuto l’economista francese Thomas Piketty nel suo best seller “Il capitale nel XXI secolo”, subendo critiche feroci per aver utilizzato dati sottili e imprecisi. In questi giorni però uno studio universitario ripropone la stessa teoria, limitandola agli Usa e in sostanza confermandola: i ricchi vinceranno sempre, perché il capitale cresce più rapidamente dell’economia reale. Lo scrive l’Economist qui.

GLI STUDI SULLA DISUGUAGLIANZA SOCIALE
E non è neppure il primo tra gli studi del genere. “Uno del 2004 – scrive il periodico britannico – sui dati immobiliari condotto da Wojciech Kopczuk della Columbia University e Emmanuel Saez della Università di Berkeley, aveva rilevato un aumento quasi impercettibile della ricchezza detenuta dal l’1% delle famiglie in cima alla piramide sociale, da circa il 19% nel 1976 al 21% nel 2000. Un’indagine più recente su dati della Federal Reserve, di Edward Wolff della New York University, ha mostrato un incremento costante ma lieve delle disuguaglianze negli 2000”.

IL POTERE DELLA CLASSE MEDIA
Ma lo studio attuale dei professori Emmanuel Saez e Gabriel Zucman della London School of Economics calcola la variabilità storica delle disuguaglianze in modo più preciso, utilizzando cioè una varietà più ricca di fonti rispetto ai lavori precedenti, dice l’Economist. Il risultato è che, alla fine degli anni Venti, il 90% della popolazione più povera deteneva solo il 16% dell’intera ricchezza Usa, molto meno del 25% detenuto dallo 0,1% dei super-paperoni. Con la grande depressione del 1929 e fino alla fine della seconda guerra mondiale, il potere d’acquisto della classe media è aumentato costantemente mentre, contestualmente, il patrimonio delle famiglie più ricche si depauperava. Tanto che all’inizio degli anni ‘80 la quota di ricchezza delle famiglie della classe media era salita al 36% del Pil totale – quattro volte la quota controllata dalla parte superiore dello 0,1%.

… E LA VITTORIA FINALE DEI RICCHI
Dall’inizio degli anni ’80 la situazione è cambiata di nuovo. La classe media ha iniziato a perdere terreno contro il top, in parte perché i redditi reali sono cresciuti dello 0,7% l’anno dal 1986-2012, contro il 3,4% accumulato dai paperoni. Ma soprattutto, secondo Saez e Zucman, a causa dell’aumento dei debiti contratti dalle famiglie, compreso quello per mutui che poi è stato peggiorato dal crollo dei prezzi delle abitazioni. “Dall’altra parte dello spettro, le fortune dei ricchi sono aumentate, soprattutto in cima. Le 16.000 famiglie che costituiscono il più ricco 0,01%, con un patrimonio netto medio di 371milioni di dollari, ora controllano l’11,2% del totale della ricchezza – come nel 1916”. Le 160.000 famiglie più ricche invece, lo 0,1%, con un patrimonio medio di 73 milioni di dollari detiene invece il 22% della ricchezza degli Stati Uniti, poco meno del picco del 1929 – ed esattamente la stessa quota posseduta dal 90% dei più poveri.

DA DOVE VIENE LA RICCHEZZA
La buona notizia potrebbe essere che le fortune dei pochi in cima alla piramide sono sempre più frutto di attività imprenditoriale (il 3,1% del Pil contro lo 0,5% nel 1970): una medaglia che ha un verso. “Il club del giovani ricchi comprende i Mark Zuckerberg, ma anche le Paris Hilton: i giovani eredi di fortune accumulate in precedenza. Inoltre, la quota di reddito da lavoro conseguito dallo 0,1% sembra aver raggiunto il picco nel 2000”. Negli ultimi anni la quota di azioni detenuta dai super ricchi si è stabilizzata: il che indica, secondo gli autori, che le sostanze della maggior parte degli imprenditori siano immobilizzate nelle azioni delle proprie imprese. “Dunque i più grandi patrimoni americani stanno cominciando ad avere meno a che fare con la costruzione delle imprese”, conclude l’Economist. Mr Piketty ci aveva avvertito.

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