Si era concesso, quella sera, di esagerare con gli amici. Voleva festeggiare. Con loro non parlava mai delle sue avventure ma, quella sera, nei suoi occhi lucidi di alcol gli amici dovettero vedere come dentro a una otto millimetri il film di una passione che invidiarono subito.
Quando la comitiva si sciolse, tornando a casa, si sentì febbricitante. Alterato. Ogni luccichio di Luna sulle rotaie del tram, ogni riflesso che le luminarie, con cui era addobbata a festa la città, facevano sull’asfalto, gli ricordava i riflessi argentati della luce che filtrava dalle finestre sulla pelle scura e lucida come l’ebano di lei. Quella notte. Richiuse la porta alle sue spalle e scivolò dentro al letto. Vestito. Così com’era.

Fu notte di sogni. Quello che lo svegliò e di cui ebbe memoria, però, fu sempre il solito. Tanto da chiedersi se lo avesse fatto veramente o se era la memoria di quelli precedenti a invadere la sua mente in quel momento.
Aveva fatto nuovamente quel volo dentro alla tromba dell’ascensore. In un tunnel verticale nello sfavillare di riflessi argentati. Con quella insopportabile sensazione, un sibilo acustico e tattile, quello dell’unghia che sfrega contro al cavo zigrinato che non riusciva, mai, ad acciuffare. La sensazione di vuoto, giustappunto fino a un istante prima dell’inesorabile impatto, che non arriva mai. Prima della fine di quella terribile e ricorrente esperienza onirica così vera e reale. Con quell’impatto che rimaneva in agguato nella sua mente, da qualche parte nell’ipotalamo. Così come l’urlo che ogni volta rimaneva intrappolato nell’epiglottide. Così come negli occhi, come fossero gli oblò di una vecchia otto millimetri, su cui rimaneva stampato l’ultimo fotogramma di quel volo. Il pavimento argento della cabina dell’ascensore luccicante come asfalto bagnato.

Si alzò e andò a bere. Non era ancora l’alba. Nel richiudere la porta del frigorifero, color argento anche quella, la vide. Nuda, la figura di lei stava accanto alla figura in cui lui si specchiava. Era buio, ma ne riconobbe la silhouette, il bianco degli occhi, il bianco dei denti nella fessura che le labbra lasciavano socchiusa disegnando un sorriso tutto da smorfiare. I capelli erano sciolti. Lei gli prese la mano e, nel prenderla, gli passò il palmo della mano contro la parte superiore dei polpastrelli della mano sinistra. Lui trasalì perché sentì di nuovo quel sibilare, acustico e tattile, dovuto a quello sfregare di carne e unghie. Si voltò di scatto, per fuggire al sibilo. A quella sensazione di vuoto che l’aveva pervaso. Lei non c’era più.
Era solo, andò verso la finestra e si accorse che pioveva. D’un tratto, vedendo che pioveva sentì gocciolare da ogni parte, come se fino a quel momento il suo udito non si fosse occupato di altro che degli echi della sua mente alterata. Vedeva le stesse gocce, quelle che percolavano dal lampione di fronte alla sua finestra, riflesse nelle imposte dell’edificio vicino al suo. E gli parve piovere due volte.
Se ne tornò a letto e dormì con gli occhi sbarrati mentre sul soffitto le auto che percorrevano la strada disegnavano traiettorie ottiche luminosissime.

Un tonfo al mattino lo svegliò. Chiuse finalmente gli occhi asciutti e secchi come la sua lingua. Non aveva più saliva né lacrime. Non aveva immediatamente realizzato cosa fosse stato a svegliarlo. Si vestì, bevve un caffè e uscì. Davanti al portone di casa, vide l’affollarsi di tante persone. Un’ambulanza. Il solito incidente. Capì solo allora cosa era stato a svegliarlo e riudì quel tonfo che, prima, gli era parso venire da dentro alla sua mente. Era stato il solito incidente, nel solito incrocio. Non il solito inconscio. Una donna al volante di un’utilitaria aveva impegnato l’incrocio senza dare la precedenza ed era stata colpita in pieno da un furgone di uno dei tanti corrieri che andava a tutta velocità. La donna era ancora dentro al veicolo e doveva essere una cosa seria perché nessuno osava toccarla. Stava per avvicinarsi, obbedendo all’istinto morboso della curiosità, quando il riverbero della luce, di un cielo luminosissimo ma grigio, di quelle giornate in cui il sole sta per avere la meglio sulla coltre di nubi, sull’asfalto coperto dagli idrocarburi versati, lo turbarono. Diede le spalle a quel palcoscenico e si diresse tra le quinte della sua ordinaria giornata. Salì sulla sua auto e se andò in ufficio.
Seduto sulla sedia, davanti alle carte che lo attendevano, non riusciva però a trovare la concentrazione necessaria. Il sogno, il pensiero di lei, tutto quel riverbero di argento che continuava a illuminargli la mente da dentro, quel sibilo acuto che di tanto in tanto ritornava, gli impedivano di fissare occhi e mente sulle cose da fare. Quelle pratiche e di una logica semplicità. La mente era assediata dai dettagli futili delle esperienze passate, vere e reali.
Decise di fare due passi per distrarsi, per uscire da quell’ingranaggio tutto mentale che lo stava mordendo.
Camminando, a un tratto, si vide riflesso in una vetrina. Quasi non si riconobbe. Si vide diverso e nel riflesso, in lontananza, vide sui vetri di quella vetrina il luccicare del lampeggiante dell’ambulanza che aveva lasciato sotto casa. Sbalordito, cercava ragione di quel riflesso, e quando tornò a mettere a fuoco la sua immagine riflessa, non si trovò più. Si era dissolta.
Rimase turbato, e proseguì nella passeggiata. Camminò per quasi un’ora. Poi, tornando verso l’ufficio, incontrò alcuni suoi ex-colleghi e prendendo un caffè con loro, gli parve ritrovare l’ordine dei pensieri smarriti.

Dopo il lavoro l’avrebbe incontrata. Prese l’auto e si diresse verso casa di lei. Lei era lì che lo aspettava davanti al portone. Come la vide finì con i suoi occhi dentro quelli di lei. Fu distratto. Non si accorse dell’immagine di se che stava attraversando la strada. Fu tutta una questione concentrata nell’infinitesima parte di un istante. Sentì nuovamente quel sibilo, tutti riverberi d’argento sfavillarono sullo specchietto retrovisore, su quello laterale, Tutte le traiettorie di quella notte si intersecarono sul parabrezza bagnato. Un tonfo d’acciaio su acciaio, freddo. Assordante da fare un silenzio irreale. Sugli occhi sbarrati un’ultima immagine di lei. I martelletti degli ossicini incastrati sulla staffa batterono un unico colpo. A morto.

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