Il discorso di giovedì 4 dicembre di Mario Draghi mi stimola a fare alcune considerazioni che dalla lettura dei commenti non ho visto essere evidenziate. Premesso che pur riconoscendo l’abilità indiscussa del Presidente della BCE nel trasferire negli annunci i limiti tecnici insiti nell’architettura statutaria, va anche detto che l’opinione generalizzata ha un concetto errato della funzione stessa dell’istituto di Francoforte.

Mi spiego meglio: la Banca Centrale Europea non è una Banca Centrale come il nome stesso farebbe intuire, ma bensì esclusivamente la guardiana garante della stabilità dei prezzi, cioè dell’inflazione, (anche ieri Draghi l’ha ricordato più volte!) e questo perché è stata concepita come mezzo operativo e tecnico per poter supportare il modello di riferimento economico previsto dall’aggregazione monetaria europea sancita dai Trattati e dai Regolamenti comunitari. Quindi sbaglia enormemente chi considera la BCE una banca centrale “full-time” essendo a malapena una a “part-time” e non plasmabile a modelli alternativi, poiché la sua costruzione statutaria è stata concepita ad un uso unico e pertanto non modificabile.

D’altronde lo stesso Draghi quando afferma che è disponibile ad usare anche strumenti “non convenzionali” ammette di fatto questa mia affermazione in quanto, per una banca centrale propriamente tale, non esistono “strumenti non convenzionali” essendo bensì tutti da considerarsi “convenzionali”!

Ma l’aspetto più importante che emerge dalla possibilità che il Board nelle prossime riunioni decida positivamente, anche non ad unanimità, in merito all’acquisto di titoli di debito pubblico di paesi in difficoltà di liquidità, è quale uso “politico” verrà poi fatto dalla detenzione di tali titoli. Mi domando infatti se dovesse iniziare una forte azione di acquisti di titoli da parte della BCE, nel caso le condizioni dei mercati lo ritengano necessarie, il portafoglio dell’Istituto guidato da Mario Draghi potrebbe arrivare a detenere percentuali significative di porzioni di debito di paesi dell’Unione e siccome conosciamo altresì molto bene i complessi rapporti che s’instaurano poi fra creditori e debitori, i riflessi a latere dell’operatività non sarebbero più tecnici ma prettamente politici.

Se ad esempio dovessero ripetersi le tensioni avvenute sui mercati nell’estate del 2011, quando per esigenze di liquidità di molte banche del nord Europa, determinate essenzialmente dagli effetti devastanti dei titoli sub-prime divenuti ormai carta straccia, furono venduti “selvaggiamente” i titoli di Stato italiani senza seguire logiche di valutazione razionali, la BCE interverrebbe sui mercati acquistando enormi quantità di titoli.

E stando alle parole di Draghi stesso sul QE è da crederci che le risorse sarebbero pertanto più che sufficienti a portare a casa un gran numero di titoli. A questo punto la banca centrale sarebbe indotta nel fare forti pressioni sul governo italiano per indurlo a compiere azioni che a suo giudizio siano tese a migliorare la situazione sui mercati finanziari e non certo nella gestione propria di uno Stato, magari inviando, come nel suo consolidato stile, “letterine” a raffica.

Passeremo quindi dalla padella alla brace, non risolvendo quindi a monte ma a valle il problema del debito che, come abbiamo già vissuto sulla nostra pelle e portafogli, è più influenzato ormai da eventi esterni che interni e inoltre ci esporremo alle pretese delle future Presidenze e relativi Board ad una azione di controllo non prevista e soprattutto non richiesta da parte di un organo tecnico che dovrebbe conservare l’indipendenza sia nei propri come negli altrui confronti.

E se dopo aver fatto il “pieno” di titoli pubblici di mezz’Europa l’azione d’intervento della BCE non risultasse sufficiente e i corsi dei titoli, sollecitati dalla situazione macroeconomica, dai flussi dei rinnovi e dai fabbisogni di finanziamento degli Stati, scendessero ancora di valore? Chi si farebbe carico delle passività maturate in seno alla BCE divenute ormai insostenibili al punto da azzerare completamente in breve tempo sia il capitale che le riserve? Magari facendo ricorso a massicci aumenti di capitale proquota dei paesi UE (Italia al 17,%) provenienti da altrettante massicce ulteriori emissioni di titoli di debito pubblico per reperire le risorse necessarie?

Come è facile intuire, Draghi è a perfetta conoscenza di questo scenario assimilabile più al vecchio gioco delle tre carte che ad una azione propria di una Banca Centrale di un paese che gode della piena Sovranità monetaria e perciò temporeggia sull’utilizzo del QE per supportare i paesi in difficoltà. Finché l’effetto degli annunci riusciranno a tenere sotto controllo il livello dei tassi la situazione rimarrà sotto apparente controllo ma se, come ha precisato più volte lo stesso Draghi il target inflattivo assegnato è del 2%, sarà pertanto più che legittimato a perseguire questo obiettivo per risollevare le sorti di mezza Europa appestata dalla deflazione, con la conseguenza di assistere a un naturale innalzamento dei tassi con tutto quello che ne conseguirà sul mercato dei titoli di stato. A quel punto non serviranno più tanto gli annunci ad effetto e le disponibilità di buona volontà, ma esclusivamente l’operatività e potrebbero verificarsi molto verosimilmente gli scenari sopra esposti.

Ma l’Italia avvalendosi di una classe politica dirigente non in grado di capire neanche per una volta che il coltello dalla parte del manico l’avremmo comunque noi nelle vesti di debitore e non la BCE in quella di creditore, prepariamoci nel ricevere una pioggia di letterine affrancate a Francoforte magari anche con allegata la foto e nome del Premier a loro gradito e ad eseguire scrupolosamente i contenuti senza neanche valutare che alla fine dei conti la soluzione ideale è nel riprenderci la Sovranità monetaria per risolvere nel modo più indolore possibile il problema del debito e tanti altri ancora.

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