L'analisi del capo strategist dei fondi Kairos, Alessandro Fugnoli

È andata così, forse. Il petrolio era da tempo strutturalmente debole. Stava a 100 dollari perché il mercato spot, quello delle transazioni fisiche per consegna immediata, era ancora in equilibrio. Non c’erano, e non ci sono nemmeno adesso, quantità rilevanti di offerta invenduta. Non c’era, cioè, un accumulo abnorme di greggio nei magazzini di Singapore, Rotterdam o Houston.

Quello che c’era, e ora c’è un po’ meno, era una quantità eccezionalmente elevata di petrolio che si preannunciava in arrivo per i prossimi mesi e anni. Lo shale oil americano e canadese in continua accelerazione, il Kurdistan diventato padrone delle sue risorse, la Libia che riprende a produrre, l’Iraq che galleggia sul greggio (nonostante l’Isis, che in ogni caso si finanzia con il petrolio delle zone che controlla e quindi produce più che può). Di poco più distanti, il petrolio e il gas delle acque profonde del Golfo di Guinea e al largo del Brasile e della costa orientale africana, una produzione potenziale molto ampia. E poi il Messico che riapre ai privati ed è pronto ad aumentare la sua produzione. E l’Argentina. E l’Iran a un passo dalla revoca delle sanzioni.

E, sullo sfondo, l’Artico russo e la Groenlandia. E in più la concorrenza crescente del carbone, talmente abbondante che molti paesi, l’America tra questi, ne boicottano in tutti i modi la crescita. Quella del gas naturale,sempre più disponibile non solo negli Stati Uniti ma anche in Russia e in Australia. Quella delle rinnovabili, passate di moda ideologicamente ma comunque in espansione. E perfino quella del nucleare dalle nove vite, in via di clamoroso rilancio in Giappone e in forte espansione in Cina, in India e nella stessa Arabia Saudita.
I teorici del Peak Oil, che ebbero il loro ultimo momento di gloria nel 2008, non avevano sbagliato anno nella loro previsione di una crisi energetica incombente e fatale per la nostra civiltà.

Avevano probabilmente sbagliato secolo.Per non parlare della domanda. Sempre in crescita nei paesi emergenti, certo, ma stabilizzata e in strutturale declino in Europa e in America. Meglio agire subito, deve avere pensato l’Arabia Saudita. Meglio buttare giù violentemente il prezzo adesso, prima che sia troppo tardi. Meglio convincere tutti che buona parte degli investimenti programmati nell’energia per i prossimi anni si riveleranno fallimentari o comunque antieconomici.

Tagliate i vostri programmi finché siete in tempo. Liquidate le vostre società che estraggono gas o petrolio, restituite il capitale agli azionisti o dedicatevi ad altre attività.
Questo shock, accolto all’inizio con incredulità e sufficienza da molti produttori, ha dovuto essere violento e dovrà essere prolungato per risultare convincente. Finché ci sarà, come c’è ancora, l’idea che i prezzi del greggio si riprenderanno presto, nessuno cancellerà i suoi progetti (e la ripresa dei prezzi sarà solo temporanea).

(estratto dalla newsletter Il Rosso e il Nero)

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