Vai giù in cantina, prendi la cassetta che contiene tavolette di legno che erano state cassetta pure loro, e alcuni piccoli tronchi di legno che il fornaio della bottega di fronte, al principiare dell’inverno, ti mette sempre da parte.
Alla sera metti le tavolette e i pezzi di legno dentro al camino e con qualche vecchia e ingiallita settimana enigmistica accendi il fuoco.
Aspetti che lui, il fuoco, si stabilizzi e danzi con le sue paillettes rosse e gialle sincronizzando il suo respiro con la canna fumaria che le fa da boccaglio. Ti metti sulla poltrona di fronte e guardi. Lo guardi per ore. Non appena un po’ di cenere si è depositata sul fondo, prendi del muschio e delle bucce di arancia e le metti vicino alla base della fiamma dove la base della luce del fuoco pare continuamente sistemarsi con la flemma della chioccia sopra alla cova. Il profumo si spande nell’aria mentre tu torni a sprofondare nella poltrona da cui assisti alla scena. Anche quando tu sei a tavola con gli altri, ridi, scherzi, dici solo quello che si può dire, l’io se ne sta a guardare il fuoco. Si fa prendere per mano dalle fiammelle e inizia a danzare in cerchio con loro nel tripudio di profumo di muschio. E’ così che scende nei ricordi più profondi della sua infanzia. Il suo Natale.

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