I moderati giungono stremati e storditi ad ascoltare l’ultimo discorso di fine mandato di Giorgio Napolitano agli italiani, inevitabilmente farcito di esortazioni alla coesione nazionale, ma oggettivamente deprivato d’ogni carica propositiva, rimessa semmai al nuovo Capo dello Stato di cui s’ignorano volto, capacità e profilo politico. Lo stesso secondo mandato presidenziale di Napolitano, con la sua insistita invenzione e protezione di una serie di governi di non eletti, ha inferto ai moderati, già insolidi e divisi fra di loro, colpi di freno non lievi ogni qual volta all’interno della galassia centrista si manifestava una tendenza a riacquistare orgoglio e tentazione  d’iniziativa politica.

Ma è stato il leopoldismo, nel senso di filosofia della rottamazione radicale del sistema politico nazionale, a dare il colpo di grazia ad un fronte moderato inquieto, frazionato, in parte impegnato, con l’intesa ministeriale col renzismo giovanile e ambizioso, ad operare una rottamazione di un gruppo egemone il quale aveva peraltro elevato a rango di comando un ceto politico nominato e non scaturito da una lotta di idee né dotato di capacità elettorale attrattiva e competitiva. Ha fatto più danno ai moderati il frazionismo degli imitatori centristi del leopoldismo, che non la pressione stessa di un  governo Renzi che ha recuperato lo spoyl sistem come metodo di esercizio del potere, favorendo l’opportunismo e penalizzando coerenze e distinzioni.

Con le loro divisioni non sempre comprensibili o giustificabili, i moderati non sono stati in grado di ottenere nuove deleghe da parte del maggior partito nazionale ultimamente sviluppatosi: l’astensionismo, che ormai ha superato la maggioranza assoluta degli elettori. I moderati hanno mostrato, ancora una volta, una loro debolezza intrinseca: l’incapacità di interpretare in qualche modo positivamente le ragioni degli astensionisti (che non sono dei sovversivi né degli antipolitici) e così pervenire a riattirare e reinserire nella politica attiva milioni di connazionali, in parte socialmente attivi quanto impermeabili alle sirene dei veteroclassismi e dei corporativismi consolidatisi e divenuti redditizi anche per via di associazionismi affaristici, talvolta leciti, talaltra spocchiosamente arrembanti e sfruttatori della miseria e delle difficoltà degli umili.

Molti dei moderati sono cattolici, e si dicono convinti e impressionati dalla fresca sollecitazione dei messaggi di papa Francesco a guardare più alla fratellanza che alle demarcazioni insolidali. Ma proprio i cattolici, in fine 2014, appaiono i più apatici, i più impropositivi, i più disorientati dal leopoldismo col suo facilismo annunciante e inconcludente: dimostrando come il volontarismo non sia sufficiente a governare e come il cattolicesimo politico (praticamente accantonato) non sia fondato su ottocentesche encicliche sul lavoro, ma sia anzitutto innervato in una cultura del dialogo e in una propositività libera, autonoma dalla gerarchia, responsabile, non faziosa di cui pare si sia smarrito il ricordo e il valore.

Tra i moderati, insomma, sono più vive e circolanti le dissonanze che le convergenze; si è perso il gusto della ricerca e della riflessione sulla democrazia possibile, sulla democrazia dell’alternanza, su una lettura permanente dei cambiamenti nel mondo globalizzato: che non implica soltanto valutazioni macro/micro economiche, conquista di mercati finanziari, obbedienze e sovranità farlocche prive di consensi popolari, ma pretende: spirito critico; capacità reattiva nei confronti della occupazione del potere in sé; fermezza democratica verso qualsivoglia sopraffazione italiana e straniera. Invece si cede, giorno dietro giorno, alla potenza di fuoco dei più arditi, giovanilistici e magari rozzi incantatori di serpenti, diseducativi per chi li compie e ancor più penalizzanti per le ultime leve che arrivano già appesantite da vecchi vizi e pessime consuetudini con l’opportunismo.

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