Una corrispondenza dalla Russia dell'imprenditore e saggista Edoardo Narduzzi

Grazie all’autorizzazione del gruppo Class e dell’autore, pubblichiamo un articolo di Edoardo Narduzzi uscito sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi

Almaty era, un tempo, la capitale del Kazakhistan sovietico, prima che ragioni tribali suggerissero di costruire a Nord una nuova capitale, Astana. Il centro è dominato dai soliti stradoni a tante corsie e dai palazzoni bianchi in puro stile sovietico, la parte nuova è una esplosione di modernità e di grattacieli in stile Dubai o Shanghai.

Prendo un tè verde con tre kazaki (un banchiere con master a Londra, un giovane politico figlio dell’ex ambasciatore dell’Urss in Vietnam ed un imprenditore nell’Ict con Ph.D in computer science all’Università del Texas) che quando è crollata l’Urss andavano alle scuole medie e di quei tempi ricordano soprattutto la difficoltà nel reperire il cibo ed i servizi razionati nel caos post crollo del Pcus.

“Scommetto che lei vuole sapere cosa pensiamo dell’Ucraina?”, mi chiede senza preamboli il banchiere. “Veramente sono interessato a capire le prospettive della vostra economia”, gli rispondo dopo aver finito la mia prima tazza di tè e pensato che la globalizzazione ha davvero dato vita ad un mondo dove le differenze sono ormai minime. “Non mi stupirei se nel giro di un decennio anche il Kazakhistan tornasse all’interno della Russia. Siamo nazionalisti e kazaki ma la storia è la storia”, spiega.

Guardo fuori dalla finestra le montagne molto alte che nascondono il confine verso la Cina e la capitale in terra cinese della diaspora kazaka, Urumqi, e improvvisamente capisco come la geopolitica di questo secolo si giochi ancora lungo gli stessi binari di sempre: l’Eurasia contesa tra Berlino, Mosca e Pechino con l’aggiunta dell’attivismo americano che, nel Novecento, non c’era nella stessa forma e della reazione violenta di un Islam che non si sente nei giochi.

La ricomposizione dello spazio politico, un tempo degli zar, è iniziata. La germanizzazione dell’eurozona e la crescita senza ciclo della Cina sono i due veri motori del processo dei quali approfittano gli Usa per provare a contenere la riorganizzazione geografica di Mosca che, in questo pezzo di mondo non è tanto un soft power, quanto la calamita della storia per chi non vuole finire impantanato nella guerra civile.

Del resto, perfino in Moldova, Paese chiuso tra l’Ucraina e la Romania, il partito filorusso è stato il più votato nelle elezioni dello scorso fine settimana. La russofonia si è rimessa in moto e Mosca non può restare a guardare. Ecco spiegato perché Vladimir Putin ha ricordato, per la prima volta, lo scorso giovedì, nel discorso annuale alle Camere, che la Russia è una potenza nucleare e che si sente molto fiduciosa nella qualità dei suoi armamenti. Un modo russo per dire che presto il Donbass si chiamerà Nuova Russia (Nova Rossia) e sarà una repubblica autonoma da Kiev, come l’Abkhazia lo è diventata dalla Georgia.

Nel frattempo, lo scontro passa per il cambio del rublo, crollato del 60% sul dollaro negli ultimi mesi. Il cambio debole punta a colpire la psicologia collettiva, la paura dei russi scottati dalla crisi del 1998 e dal caos valutario post sovietico che sanno come, in un attimo, possano volatilizzarsi i risparmi di una vita. E punta a colpire la capacità di viaggiare della nuova classe media del Paese, sperando che si ribelli alla politica del Cremlino che, dopo la crisi della Crimea, ha visto il suo consenso salire all’85%.

Ma Putin si sente tranquillo in patria e, per questa ragione, la Banca centrale russa ha lasciato liberamente fluttuare il rublo senza dissanguare le proprie riserve valutarie in difese impossibili. “L’aggiustamento del rublo non si è ancora concluso”, spiega Sergey Grigorian responsabile dell’ufficio studi della Associazione bancaria russa, “ma ha già percorso una gran parte del suo cammino, perché ormai tutte le informazioni rilevanti a determinare l’asset allocation valutaria sono nel mercato e gli investitori le hanno già valutate e utilizzate”.

Il rublo, messo alle corde, serve anche a far sentire piccola e poco determinante la potenza Russia. Vuole colpire l’ego di Putin e dei russi, la grandeur di Mosca per costringerla all’azione in difesa della sua moneta. Invece i russi arretrano, ancora una volta lasciano avanzare i panzer verso la capitale, confidando sull’inverno in arrivo per preparare la controffensiva finanziaria. Ben sapendo che Berlino e l’Europa stanno giocando con il fuoco, perché senza il gas ed il petrolio russo non vanno lontano. Il lungo inverno del rublo è appena iniziato.

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