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L’anno oscuro delle famiglie europee

Ora che la notte è davvero buia è facile scorgere, come una lucciola sperduta, l’unica notizia positiva delle contabilità familiari europee, così come la tratteggia la Bce nel suo ultimo bollettino mensile.

Che poi questa buona nuova possa esser prodromo d’un altro diluvio di disgrazie è solo un dettaglio per gli appassionati di genere. Per ora godiamoci la circostanza che l’azzeramento dei tassi, pervicacemente voluto da tutti e pedissequamente concesso dalla Bce, ha contribuito al sollievo dei bilanci familiari, e in particolare di quelli gravati da debiti che rischiavano di diventare insostenibili. anche a causa dell’inflazione declinante, che aggiunge complicazioni al quadro.

Peccato che il prezzo lo pagheranno i risparmiatori, ma la perfezione non è di questo mondo, e figuratevi di quello finanziario.

Ma a quanto pare, però, sarebbe stato difficile fare altro. Il reddito delle famiglie, infatti, cresce con lentezza, dove cresce (ricordiamo che la Bce guarda all’eurozona come un tutto), e il Pil scarseggia. Il combinato disposto provoca che il debito sul pil della famiglie europee, anziché, come molti auspicavano diminuire, si è stabilizzato a un livello che la stessa Bce non si perita a definire “troppo elevato”.

Ciò, ovviamente, ha ricadute sulla domanda di credito, che si mantiene debole, e sul tasso di crescita dei prestiti di conseguenza. Sempre perché tutto si tiene.

Il calo dei tassi quindi, che poi non è questa gran cosa, ma in un notte nera bisogna pure contentarsi. Sui mutui ormai i tassi si collocano, pur nelle “grandi differenze fra i diversi paesi”, nella forbice fra il 2 e il 3%, in calo costante dal 2012, quando quotavano circa il 3%. Sono tornati insomma al livello del 2010, da dove avevano iniziato a risalire fino a più o meno al 3,5% a inizio del 2012, quando è ripartito il ribasso.

Il trend declinante interessa anche i prestiti al consumo, in tutte le scadenze, e si associa a una riscontrata maggiore rilassatezza dei criteri bancari per la concessione di crediti. Insomma: dopo due anni le banche sono tornate a considerare la possibilità di far credito alle famiglie. Solo che, nel frattempo, le famiglie hanno iniziato a chiederne sempre meno.

Tale sensazione si estrapola dall’analisi di un altro grafico, ossia quello che misura i prestiti totali concessi dalle banche alle famiglie dal 2007 al 2014. Dai bei tempi andati, quando i prestiti crescevano dell’8% a inizio 2007, c’è stato il primo crollo verticale terminato nel terzo trimestre del 2009, quando la crescita percentuale è stata negativa dell’1% rispetto al trimestre precedente, quando era già zero.

Oggi si troviamo allo stesso punto. Il terzo trimestre 2014 registra una lieve inclinazione positiva rispetto al secondo ma senza uscire dal territorio della crescita negativa, dove i prestiti sono tornati a inizio anno dopo una graduale perdita dal 3% conquistato faticosamente alle fine del 2010. In sostanza siamo tornati al 2009. E ciò spiega bene l’urgenza delle misure estreme decise dalla Bce.

Ma qui siamo già in piena notte, e la nostra piccola lucciola del ribasso dei tassi illumina ben poco. Tantomeno riesce a render meno cupo il dato che più di tutto preoccupa i regolatori: l’ammontare complessivo dei debiti delle famiglie.

Un altro grafico misura il rapporto fra il debito delle famiglie e il reddito lordo disponibile e lo individua in costante crescita dal 2002, quando quotava circa il 75%, per arrivare a sfiorare il 100% nel 2011 e da lì dolcemente declinare fino all’attuale 96,5%.

Andamento simile a quello di un altro indicatore, ossia il rapporto fra il debito delle famiglie e il Pil, che stava poco sotto il 50% nel 2002, ha raggiunto il suo picco nel 2010, intorno al 65%, e poi è dolcemente declinato fino all’attuale 61,4. “L’indebitamento delle famiglie nell’area dell’euro rimane su livelli elevati”, chiosa la Bce. Debiti resi più pesanti dalla disoccupazione, che è notevolmente cresciuta, e in generale dall’andamento debole dell’economia, che vuol dire inflazione bassa e produzione declinante.

“Al contempo però – osserva la Bce – l’onere degli interessi del settore delle famiglie ha evidenziato un’ulteriore flessione, collocandosi all’1,6% del reddito disponibile complessivo, il livello più basso mai registrato”. Come d’altronde mai si erano registrati tassi così bassi, che sappiamo già essere “innaturali” e pericolosi nel periodo lungo.

Eccola qua la nostra lucciola. La sua tenue scia illumina un sorriso di scampato pericolo, visto che i minori tassi, e perciò la spesa declinante che ne è conseguita, ha consentito alle povere famiglie europea, sempre in media e con le differenze interne all’area, di avere qualche euro in più in tasca. Magari per pagare le tasse, che intanto sono aumentate.

Però il fatto rimane. Nel 2008 gli oneri per il pagamento degli interessi sui debiti avevano superato il 4% del reddito disponibile e anche nel 2002, quando l’economia girava erano superiori al 3%, arrivando al 2,5% negli anni buoni, ossia fra il 2004 e il 2006. Noto con vago raccapriccio che l’esplosione del servizio del debito avviene fra il 2006 e il 2008. Ma il calo costante comincia a fine 2012.

Ma la luce della nostra lucciola è tenue ed effimera. Il dato degli investimenti finanziari ci racconta di un calo costante degli investimenti finanziari delle famiglie, che crescevano al ritmo del 4% nel 2004 e ora spuntano un risicato 1,5. Sarà pure in media e sempre al lordo delle notevole differenze regionali. Però un fatto è certo: le famiglie europee sono dimagrite.

E parecchio.

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