Vibrobloc, Ruberoid, Vortex, Domofer, Resilux, Armonium, Giropress, Sillian. No, non è l’attacco di un libro di Arbasino. Questi nomi, che sembrano uscire dalla fantasia dei fumettisti anni 70, quelli fantascientifici di Urania, piuttosto che dalle saghe di Asimov, costituivano il lessico del geometra anni 70 che contabilizzava l’avanzamento lavori dei grandi complessi residenziali attraverso cui crescevano quelle che oggi chiamiamo aree metropolitane policentriche. Per chi parla italiano: le “periferie”.
Fatte con le mani e anche con i piedi. Le mani tutte pubbliche. Enormi. I piedi quelli degli allievi di Le Corbusier.
La città satellite di Genova, nell’istantanea di una cartolina che potevi trovare in una tabaccheria di Via Fereggiano – il selfie ante litteram – più che un complesso residenziale, sembrava, già nella cartolina coeva, un’astronave atterrata da chissà quale galassia. Perché proprio non stava né in cielo né in terra una cosa così. Paolo Caredda, che raccoglie in una galleria di cartoline lo spaccato edil-antropologico del bruttopaese (In un’altra parte della città ISBN Edizioni), meglio dei numeri del Censis, definisce quello che i genovesi chiamano biscione una colonia penale del Trentesimo secolo. E per rimanere sul fantascientifico, pur parlando di case e abitazioni, se gli enormi complessi residenziali, che hanno esteso i confini delle città, erano delle astronavi spiaggiate e gli abitanti degli allunati, gli autogrill che scavalcavano le autostrade, eternamente in costruzione come la Torino – Milano, avevano la forma dei Tripodi venuti a distruggerci.
E pensare che, allora, negli anni 70 e 80, c’erano fotografi che proponevano alle tabaccherie di quartiere cartoline che immortalavano gli scorci della zona. A differenza del selfie di oggi destinato a soddisfare effimere vanità e che fa il paio con il giapponesismo turista anni 80 – Giuseppina per forza che consumammo il rullino, tu fotografi ogni minchiarella che vedi! – allora le cartoline avevano un tipo preciso di fruitore. L’inurbato che spediva poi quelle cartoline ai propri parenti al paesello in provincia con tanto di freccia a penna per indicare l’esatta posizione del proprio alloggio. Altro che Censis, basta aprire quelle scatole d’alluminio circolari di biscotti dove la piccola borghesia operosa, finiti i biscotti, o ci custodiva gli attrezzi per il cucito oppure la raccolta delle cartoline. Rammendare o rammentare, per l’appunto o il punto croce. E mentre tutti rammendano a parole, Paolo Caredda rammenta, rovistando nella memoria recente di un paese smemorato, scovando cartoline che mostrano scuole – l’edilizia scolastica tanto cara alla retorica governativa – che paiono già allora che erano appena costruite le stesse fotografate dai reporter di guerra a Gaza oggi.
Genitori e nonni tutti d’un pezzo, tutta un’altra pasta, gonfiati di valori, e con tutta la loro retorica catto-cementizia o cementocomunista, hanno vestito colletti bianchissimi e inamiditatissimi, hanno respirato eternit, costruito seconde case e fatto studiare prima i figli e poi i nipoti vivendo, molti, lontano da dov’erano nati in dormitori per lavorare in importanti e profittevoli complessi industriali. Il risultato è che oggi quei dormitori e quei complessi industriali abbandonati, lasciati all’avanzata del degrado, sembrano il progetto del peggiore incubo, della peggiore fantascienza. Fantascienza per fantascienza non resta che sperare che tutto il complesso di acciaio e cemento del viadotto sul Polcevera che pare l’esoscheletro di un mostro preistorico si animi e si mangi tutte le storture. E pure a noi.

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