Siamo alla stretta finale sulla banda ultra larga. Ovvero su come e quando dare all’Italia una rete in fibra ottica degna di un Paese civile, moderno e sviluppato.

Ci sono due dossier che s’intrecciano e si completano. Da un lato un piano del governo – detto “Strategia italiana sulla banda ultralarga” – che è in consultazione fino al 20 dicembre per ricevere suggerimenti o critiche dagli operatori del settore. Dall’altro c’è la partita per il futuro di Metroweb, con tre scenari qui descritti e svelati giorni fa da Formiche.net.

Il tema – sistemico – è però unico: come colmare i ritardi accumulati dall’Italia rispetto all’Europa. Gli investimenti ritenuti necessari per recuperare almeno parte del terreno superano i 12 miliardi di euro, ha scritto Fabio Tamburini ieri sul Corriere Economia. Di questi, 6,2 miliardi arriveranno da fondi pubblici italiani e dai progetti presentati all’interno del piano di finanziamento degli investimenti nelle infrastrutture presentato dal nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. Gli altri 6 miliardi verranno messi (forse) dai privati, grazie anche al decreto Sblocca Italia.

Ma a chi andranno i soldi pubblici? Non è una domanda banale né retorica. Sia i fondi statali sia il controllo di Metroweb sono, come detto, decisivi. Con potenzialità e rischi.

La potenzialità è quella di far fare un salto tecnologico all’Italia. Il rischio è invece quello di mantenere lo status quo. Per sfruttare la potenzialità e sventare il rischio c’è una strada. Quella di fare di Metroweb il campione nazionale per la banda larga in cui tutti i principali operatori privati del settore si impegnano in un piano di investimenti sulla banda larga per giungere a un vero switch off tra rete fissa in rame e fibra ottica.

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