ll mondo si sta squadernando sotto i nostri piedi eppure cerchiamo, con aggressività e morbosità, di restare attaccati a schemi dogmatici di un mondo ormai troppo lontano dall’attuale. Un anno è un eternità al tempo della elettronica, telematica ed informatica. Sono cambiate le forme di socializzazione, le culture, si sono ridotte – forse – le differenze di genere e fatichiamo ad accettarlo.

La cinematografia e le semplificazioni, a comparti stagni, del mondo non aiutano. Se l’universo nel quale ci muoviamo sta mutando, e muterà ancora, come possiamo immaginare che lo stesso non avvenga anche nei rapporti di forza che si esplicano nel conflitti bellici?

Dopo l’attentato di quest’oggi alla sede del giornale satirico francese Charlie Hebdo è naturale considerare l’occidente in guerra. In guerra con chi? Con l’islam? Con il terrorismo? Con le frange di fondamentalisti islamici?

Se parliamo di guerra tendiamo ad un altissimo grado di approssimazione. Dalla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, l’asimmetria delle forze in campo ha comportato una trasformazione ideologica e processuale per cui, che lo si voglia ammettere o meno, le moltitudine di forme, aumento delle barbarie e delle tecnologie adoperate implica una a-linearità dei conflitti contemporanei. Non è poi un errore accettare che la nuova realtà globale, essa stessa fonte di rischi ed asimmetrie, anarchia tra stati e alti livelli di ungovernance , ha ridotto notevolmente le “aree sicure” ovvero quelle realtà a ridosso dei grandi centri urbani dove le tensioni prima non esistevano.

Personalmente ritengo che la matrice religiosa centri poco. Ancor meno mi immergerò, in questo post, sulle responsabilità occidentali – che pure sono molte – nella formazione e finanziamento/mantenimento dei gruppi armati. Propendo, con le dovute cautele, a definire l’attuale situazione il frutto dell’irrazionalità della violenza etnica.

Sociologicamente definiremo etnia quel costrutto culturale che attraverso una continua e spasmodica creazione di simboli e significati di gruppi cultura pone l’accento sul rapporto uguale e contrario tra Noi e Voi, tendono alla creazione di omogeneità interna al gruppo . E’ chiaro che il solo costrutto etnico – che è anche e soprattutto costrutto occidentale – di per sé non crea violenza. Solo quando questi diviene costrutto polemico, le differenze etniche, vengono utilizzate da figure carismatiche per giustificare violenze, barbarie, l’eliminazione di gruppi contrari al fine di essere l’unico egemonico su di un dato territorio. La violenza che ne consegue non genera mai i conflitti ma sono i conflitti che vengono generati affinché si legittimi la violenza.

Cosa sto cercando di dire? Che è in crisi la Democrazia. Il sociologo Mann ha sapientemente spiegato come i conflitti tra significati e simboli culturali non siano altro che una patologia dei regimi democratici che, giustamente e meno male, per molto tempo sono stati identificati come la panacea capace di attivare strumenti di mediazione e metodi di ricomposizione dei conflitti non violenti.

Ma se cambiano gli attori e le motivazioni, cambia anche la “messa in opera del conflitto”? Certamente. Attacchi frequenti al cuore delle società occidentali, nonostante le guerre lampo e le commemorazioni di libertà che tanto ci fanno commuovere, distrugge noi e rafforza il nemico. E’ una guerra psicologica atta a destabilizzare l’avversario ed a farlo tentennare anche nelle sue roccaforti di libertà e diritti inviolabili.

Siamo in guerra? Certamente. Chi è il nemico? Difficile da definire. Possiamo rischiare di generalizzare? In nome della libertà e delle nostre coscienze, certamente no. Possiamo minimizzare? Ni. La freddezza d’attacco degli attentatori di oggi ci dimostra come le nuove frange estremiste siano in grado di controllare freddezza e atti di guerriglia. Dimenticatevi le trincee, dimenticatevi i coprifuoco e l’eroismo dei film hollywoodiani. Paradossalmente American Sniper di Clint Eastwood ci mostra come tutto sia cambiato e con il tutto anche noi.

PS. Mentre scrivo queste storte sillabe – citando il poeta – la televisione manda in loop le immagini dell’attacco terroristico di oggi. La libera partecipazione alle notizie, tramite smartphone e social media, ci sta sfuggendo di mano. Soprattutto alle testate giornalistiche che stanno abbandonando l’impianto informativo europeo, dirigendosi verso un giornalismo statunitense e di emotività barbaradursiano.

Cosa voglio dire? Che non mandi a reti unificate l’omicidio a freddo di un poliziotto. Per un fatto di pudore, coscienza, rispetto. Soprattutto perché non sei di aiuto a nessuno, ancor meno alle indagin. Non fai altro che rimpolpare le fila di quei primati sciocchi che, tra qualche ora, mi tedieranno con generici giudizi di valore che distolgono l’attenzione e gettano frasi fatte in quel calderone di luoghi comuni e mai veri. Concludo, per il rispetto che si deve ai morti, che ancor più grave è la compartecipazione al clima di terrore che si sta diffondendo in occidente. Che diamine!

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