Il Bloc Notes di Michele Magno

Mettiamo per un momento da parte l’orrore, l’indignazione, il turbamento, il cordoglio per l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e per le sue vittime. Mettiamo tanto più da parte le meschine speculazioni politiche che in queste ore vengono imbastite sulla carneficina compiuta dalla cellula di al Qaida: Roberto Maroni che invoca l’abolizione del Trattato di Schengen, Matteo Salvini che tuona contro l’immigrazione clandestina, e via di questo passo.

Chiediamoci, invece, se ha ragione Michel Houellebecq quando parla di “Soumission” (sottomissione), come recita il titolo del suo ultimo libro, che sta suscitando vibranti discussioni nei circoli intellettuali non solo francesi. Chiediamoci, quindi, cosa è il conflitto in corso tra islam e Occidente: un conflitto di civiltà, una guerra di religione, un conflitto ideologico?

Per chiarirsi le idee, consiglio di leggere o rileggere un pamphlet di Giovanni Sartori: “La democrazia in trenta lezioni” (Mondadori, 2008). Ma procediamo con ordine.

Oggi l’espressione “conflitto di civiltà” (nel 1996 Samuel Huntington diceva “scontro”) viene spesso coperta di improperi: non risulta politicamente corretta. Eppure se due civiltà non si ignorano, ma si contrappongono e si contrastano aspramente, il termine conflitto è appropriato. Perché, come sottolinea il politologo italiano, conflitto non è guerra e non implica la guerra.

Passiamo alla guerra di religione. Ovviamente, nessuno nega l’esistenza di un islam moderato, il quale non va confuso con i tagliagole dell’Isis e con i kamikaze eredi di Bin Laden. Ma è anche vero che il mondo islamico è teocratico (con poche eccezioni), mentre il mondo occidentale è caratterizzato da una visione laica della società (con poche eccezioni).

Non c’è nulla di fuorviante, pertanto, nel parlare di guerra di religione, purché si precisi – come sostiene Sartori – che solamente uno dei belligeranti è animato da un fanatismo religioso che porta a farsi saltare in aria o a sterminare gli infedeli in nome di Allah.

C’è poi chi, pur di non ammettere che il conflitto è religioso, preferisce dire che è ideologico. Ebbene, è vero che i conflitti ideologici possono essere anche molto duri, ma non si è mai visto un invasato ideologico che si fa esplodere per meritarsi il paradiso.

In conclusione, non si può cancellare la realtà cancellando i termini che la denotano. Se un conflitto di culture c’è, allora c’è. Bendarsi gli occhi impedisce di affrontare le cose come sono, e per ciò stesso destina alla sconfitta. Obama e Europa, allora, se ci siete battete un colpo. Non solo in Siria e Iraq, ma con quelle élite arabe che finanziano sottobanco il fondamentalismo islamico.

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