Il blitz è compiuto. Ovvero – per usare le parole dello storico ed economista Giulio Sapelli – il golpe contro le Popolari si è realizzato. Ecco quello che a sorpresa ieri ha approvato il governo nonostante perplessità e dissidi della maggioranza di alcuni ministri.

IL VOTO

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all’Investment compact che obbliga le prime dieci banche popolari per attivi a trasformarsi entro 18 mesi in società per azioni e abbandonare il sistema del voto capitario che finora ha consentito ai soci delle Popolari di contare tutti allo stesso modo.

LE PAROLE DI RENZI

«Oggi è una giornata storica perché dopo 20 anni di dibattiti interveniamo attraverso un decreto legge sulle banche popolari», ha commentato il premier Matteo Renzi al termine del Consiglio dei ministri, «bisogna aprirsi ai mercati e all’innovazione. Il nostro sistema bancario è solido sano e serio ma deve cambiare».

LE BANCHE COINVOLTE

L’obbligo di trasformazione in «spa» vale per Ubi, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Credito Valtellinese, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Popolare dell’Etruria e Popolare di Bari. Entro 18 mesi dovranno convocare l’assemblea dei soci per cambiare lo statuto. Una soluzione che dovrebbe agevolare le fusioni e quindi il riassetto del sistema, secondo le intenzioni del governo. Sono state tenute fuori le Popolari più piccole (quelle che supereranno nel tempo gli 8 miliardi di attivi dovranno comunque trasformarsi in spa) e le banche di credito cooperative, che in Scprimo momento sembrava dovessero essere ricomprese.

CONTRARI E PERPLESSI

Ieri a Palazzo Chigi sarebbero emerse ancora contrarietà da parte di Ncd per bocca dei ministri dell’Interno, Angelino Alfano, e delle Infrastrutture, Maurizio Lupi. In particolare Lupi avrebbe espresso dubbi sull’urgenza di usare un decreto anziché un disegno di legge e ricordato il legame forte tra le popolari e le piccole e medie imprese. Nello stesso Pd si sono levate voci contro il blitz di Renzi. Per il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, «un confronto per riformare il credito alle imprese sarebbe una grande occasione per tutti», ha detto, «più che la governance è necessaria una riforma del credito e questa operazione non assicura che arrivino presto soldi alle imprese». «L’intervento sulle banche popolari di maggiori dimensioni – ha commentato Stefano Fassina del Pd, già vice ministro dell’Economia nel governo Letta – colpisce un modello che, con tutti i suoi limiti nella traduzione effettiva certamente da correggere, è uno dei pochi presidi di democrazia economica».

BIG ATARASSICHE

Intesa Sanpaolo e Unicredit non sono interessate al provvedimento. «Non vediamo la necessità di impegnarci su acquisizioni, non c’è nessun cambio di strategia» ha chiarito ieri il numero uno di Unicredit, Federico Ghizzoni, mentre il ceo di Intesa, Carlo Messina, già a dicembre, dopo gli stress test, aveva chiarito che Ca’ de Sass guarda solo fuori dall’Italia.

OPERAZIONI IN VISTA

Le attenzioni si concentrano su Montepaschi e Carige, che popolari non sono ma che nel risiko delle popolari potrebbero trovare un futuro. La destinazione, secondo rumors di Borsa, sarebbero Ubi per Siena e la Popolare di Milano per Carige. Ieri a Piazza Affari sono proseguiti gli acquisti: Ubi ha guadagnato il 3,1%, Carige l’1,5%, Bper il 7,12% mentre Bpm è scesa dello 0,66% dopo aver guadagnato lunedì il 15%.

LO SCENARIO DEL CORRIERE

Ma se la logica è quella di aumentare l’efficienza del sistema e ridurre la frammentazione – scrive il Corriere della Sera – sul mercato ritengono probabile che ilcprimo fronte posa essere una razionalizzazione in Veneto che passerebbe per la fusione tra la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, e in Lombardia mettendo insieme Popolare di Sondrio e Credito Valtellinese. “Si racconta – scrive Federico De Rosa sul Corsera – che a dicembre, terminati gli stress test, ci sia stato un tentativo di avviare un dialogo tra la vicentina e Veneto Banca, ben visto dalla Banca d’Italia, che però si sarebbe risolto in rifiuto. Con la trasformazione in spa tornerebbe sovrana l’assemblea, con nuovi equilibri, e dunque un’opposizione di principio sarebbe più difficile”.

I TIMORI

Sullo sfondo della riforma, tuttavia, come ha fatto notare ieri l’amministratore delegato di Bper, Alessandro Vandelli, esiste anche il rischio «che un gruppo di fondi di private equity esteri possa approfittare di questa situazione». Non si può certo escludere che nella girandola di scambi in Borsa di questi ultimi giorni qualcuno possa aver già preso posizione, come già da due giorni sottolinea lo storico ed economista Giulio Sapelli. Magari per tirare fuori le azioni una volta approvata la trasformazione in spa e giocarsele sul tavolo del risiko.

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