Per Leopardi fu la siepe. Per Youssef – leggo dallo studio condotto da Giulia Ottaviano – che si trova recluso nel carcere delle Vallette a Torino, scrivere da recluso, scrivere da immigrato, in quella condizione di “ristretti orizzonti”, potendo saldare un pensiero al successivo dando ordine al tempo che pare non finire mai, dando spazio all’immaginazione che passa attraverso le sbarre e i muri, è un’occasione di rinascita. Di speranza. Scrivere ossigena il sangue e quindi il cuore. E’ meglio di una boccata d’aria, che in carcere è misurata in ore.
E’ una terapia che il detenuto svolge autonomamente e attraverso la quale riesce a elaborare il motivo della sua condizione e con esso la capacità di ritrovare la forza per attendere il futuro. Di là dalle sbarre.

Poi c’è Maria, bellissima, sicilianissima e poeticissima, che sempre per rimanere in tema di sbarre, anche se sono altre sbarre, ha scritto questo: – Poche cose non sono cambiate dalla mia infanzia. Una è il suono del passaggio a livello che avverte che stanno per abbassarsi le sbarre. Attraversando il centro di una cittadina, mi sono ritrovata – davanti ai binari che tagliano perpendicolarmente le balate lucide che rivestono la strada – costretta a fermarmi. Davanti alle sbarre. E ai ricordi. Potevo passare, magari di corsa, ma ho preferito fermarmi. Aspettare e ascoltare. Poi d’un tratto, eccolo! Il fischio del treno che squarcia la porta regale e salda passato e il futuro che è sempre lì, oltre la sbarre. Non arriva infatti il treno a vapore, il treno di quel passato in cui ci piacerebbe rifugiarci a volte, materno e protettivo. E’ solo un treno moderno (moderno per la Sicilia, s’intende), a passare. Poi le sbarre si alzano. L’invito elegante ad accomodarmi di là.

Voi che non capite chiamatele sbarre se ci riuscite.

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