Dopo i limitati risultati di Lima, non sarà certo l’atteso vertice di Parigi a fine 2015 a rendere meno evidente il cambiamento climatico e, soprattutto per ciò che ci riguarda, a farci abbassare la guardia davanti al rischio che questo cambiamento accresca la nostra vulnerabilità a frane e alluvioni

Il clima è cambiato, se fino a ieri questa affermazione poteva sembrare un modo di dire, oggi purtroppo ne abbiamo la certezza: il 2014 è stato l’anno più caldo nella storia dal 1891. L’analisi dell’Agenzia meteorologica giapponese è chiara: superata di 0,63° la temperatura media del ventesimo secolo. È un bilancio climatico che impensierisce, quello del 2014 e che ci mette di fronte a sfide drammatiche che sembrano impossibili. Ma siamo cambiati anche noi, abbiamo assistito a troppe tragedie, abbiamo visto aumentare il numero dei disastri causati da frane e alluvioni, abbiamo lasciato crescere il loro costo in termini di vite umane e di danni economici. Dopo i limitatissimi risultati del summit di Lima, non sarà certo l’atteso vertice di Parigi a fine 2015 a rendere meno evidente il cambiamento climatico e, soprattutto per ciò che ci riguarda, a farci abbassare la guardia davanti al rischio che questo cambiamento accresca la nostra vulnerabilità a frane e alluvioni. Il cambiamento del clima ha cambiato anche il regime delle precipitazioni, oggi hanno un carattere “esplosivo”: in poche ore piove la pioggia che poteva cadere in mesi. Le chiamiamo ‘bombe d’acqua’ e sono figlie di una meteorologia estremamente variabile che scarica altre emergenze: erosione costiera, cuneo salino, siccità e desertificazione, incendi boschivi. Accadeva anche in passato, certo. Dante descrive nell’Inferno (Canto XXIV) i nubifragi e le alluvioni in Val di Magra. Nel Canto V del Purgatorio racconta la valle dell’Arno che “tanto veloce si ruinò”. Leonardo studiò i fiumi e l’assetto del territorio “per fuggire le alluvioni e la ruina” perché “Li monti sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi”. Oggi, per fortuna, abbiamo le più sofisticate e avanzate tecnologie disponibili, i software, i satelliti e i radar che agganciano e seguono l’evoluzione di un ciclone o lo spostamento di una frana individuando i punti di caduta e gli effetti possibili. Un vantaggio straordinario rispetto al medioevo. Ma è al suolo che siamo indifesi. I territori dissestati non reggono più le prove del clima che cambia. Basta guardare una foto aerea di alcuni decenni fa per renderci conto di quanto tanti paesaggi, in tante aree, siano stati profondamente trasformati da processi di diffusione insediativa e dall’occupazione di suoli senza paragoni, malgrado la sostanziale staticità demografica. Ogni anno, fra i 150.000 e i 200.000 ettari di territorio naturale vengono impermeabilizzati sotto cemento e asfalto o bruciato dagli incendi. L’Italia ha il record europeo nel soil sealing, l’impermeabilizzazione delle superfici naturali: dal 2001 al 2011 aumentate dell’8,8%, abbiamo doppiato la media europea del 4,3%.

Ma l’accelerazione, la frequenza e l’intensificarsi di flash flood con piene-lampo, nubifragi intensi, violenti, concentrati nel tempo e localizzati nello spazio è pienamente in linea con le previsioni scientifiche a livello globale. L’unica differenza, forse, è che il ritmo è stato più veloce delle previsioni. Noi abbiamo iniziato ad accorgercene, alle nostre latitudini, soprattutto dal 1996, l’anno dell’alluvione in Alta Versilia. Dobbiamo riuscire a compiere un salto innanzitutto culturale, che l’Italia non ha mai provato a fare. Significa pianificare la sicurezza 365 giorni l’anno (per questo è nata #italiasicura, la struttura di missione a Palazzo Chigi). Significa che da oggi ognuno si assume responsabilità precise, a tutti i livelli istituzionali, nessuno escluso, e questa presa di coscienza del rischio riguarda anche i cittadini, sentinelle dei propri territori, bisogna saper ascoltare le denunce e le richieste per evitare casi Carrara, perché la soluzione del problema idrogeologico è una priorità assoluta. Non illudiamoci. Non c’è nessuna bacchetta magica. Servono anni per ricostruire, rafforzare la tenuta di aree in dissesto, arginare la violenza di nubifragi, imparare a difenderci. Ci dobbiamo riuscire! Ci mettiamo gli stivali anche noi e spaliamo il fango della cattiva gestione dei territori e delle cose non fatte, con umiltà e senza retorica e bandierine politiche, perché questo è l’unico modo per mettersi in sintonia con chi, praticamente ad ogni pioggia, vive ore drammatiche e con chi vuole cambiare. Il nostro destino non è l’alluvione o la frana ma sono le soluzioni per evitarle e ridurre la loro violenza. Solo negli ultimi 12 mesi Sono stati 33 i morti e 46 i feriti a causa di frane e inondazioni avvenute in Italia, più di 10.000 persone, inoltre, hanno dovuto abbandonare temporaneamente le loro case. Troppo ottimisti? No, realisti. I 450 cantieri sbloccati e aperti in sei mesi per un valore di 700 milioni di euro sono un test sulla capacità del sistema di uscire dal pantano e disincagliare opere bloccate e rimettersi in gioco. Ecco il segnale positivo! Dimostra che ci sono oggi tutte le condizioni per farcela, in totale trasparenza, lavorando nei tempi previsti, con regole certe, con il controllo on line dei cittadini garantito per la prima volta in un Paese europeo con strumenti per partecipare, protestare, proporre, denunciare.

Facciamo nostro il monito espresso dal Presidente Giorgio Napolitano, nel dopo alluvione nelle Cinque Terre del 2011: “Già negli anni 60 si poneva il problema della difesa del suolo e della messa in sicurezza del territorio dal rischio di dissesto idrogeologico. Quante volte abbiamo aperto questo capitolo e poi ce ne siamo dimenticati, o lo abbiamo chiuso alla meglio, o abbiamo rinviato ad un successivo piano quello che non eravamo stati capaci di fare realizzando il piano precedente? Oggi bisogna dire che quel rischio antico si è fatto più acuto, ha assunto dimensioni diverse, forme più violente perché siamo – piaccia o no – nell’epoca del cambiamento climatico: di qui la violenza e la frequenza dei fenomeni che si abbattono sul nostro Paese. Quindi sono le alluvioni, ma non le alluvioni di sempre; sono le frane, ma non le frane di sempre: e abbiamo bisogno di un impegno ancor più forte, ancora più determinato”. Oggi, finalmente abbiamo un unico database nazionale delle opere contro frane e alluvioni, abbiamo risorse certe per sei anni di cantieri che gli italiani vedranno aprire nel 2015 con l’obiettivo prioritario di ridurre il rischio nelle 14 città metropolitane. E’ un impegno morale prima che politico, che dobbiamo alle vittime, alle famiglie e alle imprese nel fango e ai tanti sindaci e assessori che credono nella difesa del territorio e ci mettono la faccia.

 

(Articolo tratto dal n°100 della rivista Formiche)

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