Se le opposizioni abbandonano l’area centrale per rifugiarsi all’estremo, riusciranno a intercettare il malcontento, non però la voglia di cambiare. Finiranno per essere i conservatori che tengono il riformista Renzi per molti anni ancora alla guida dei tweet e del Paese.

Questo commento è stato pubblicato oggi su La Gazzetta di Parma

E’ passato giusto un anno da quando Matteo Renzi, il 22 febbraio 2014, prendeva dalle mani di un imbronciato Enrico Letta la graziosa campanellina che si fa sentire alle riunioni di palazzo Chigi. Ma da quel brusco passaggio di consegne, reso ancor più gelido dal celebre tweet “Enrico stai sereno” che il premier che arrivava aveva appena scritto al premier che usciva, Renzi s’è preso tutta la scena politica.

Dalla riforma della Costituzione a quella del lavoro, dalla legge elettorale all’Europa, al fisco, all’Isis e ora alla scuola, alla Libia, alla Rai, all’universo mondo non c’è tema sul quale il presidente del Consiglio non abbia detto come la pensa e che cosa fare. “Solo annunci”, ha replicato in tutti questi mesi l’opposizione, giocando su un’esposizione “mediatica” di Renzi continua e debordante. Ma un anno dopo, lui è più in sella che mai e con sondaggi favorevoli: non ha perso la fiducia di molti italiani, nonostante il profluvio di parole, di selfie e di tweet, la sua arma prediletta e impropria, visto che l’usa già al mattino presto. Al contrario, le opposizioni appaiono divise e soprattutto incapaci di marcare il presidente del Consiglio come in una partita a uomo, tema per tema e provvedimenti su provvedimenti. Sarebbe l’unico e concreto modo per cercare di “stanare”, come a nascondino, la differenza tra il pensiero e l’azione del capo del governo.

E così, anziché mettere in campo proposte diverse sull’economia e la politica estera, sul terrorismo che incombe e la scuola da rinnovare, sulla sicurezza e le tasse, e la nuova cittadinanza, e l’immigrazione, ossia tutto ciò che interessa la vita quotidiana della gente, l’opposizione tutta ha scelto di buttare il pallone in tribuna. Parlano d’altro. E’ il radicalismo il linguaggio in comune fra i contestatori di Renzi: da Matteo Salvini a destra, a Maurizio Landini l’ultimo arrivato a sinistra. A Beppe Grillo, che vive in un altro pianeta al di là della destra e della sinistra.

Chi critica Renzi, dunque, di rado tenta di prenderlo in castagna per quello che fa o che non fa. Preferisce, invece, innalzare bellissimi “no” alla moneta unica o all’abolizione dell’articolo 18. All’Europa dei banchieri e all’Italia dei disoccupati. Ai possibili interventi in Libia e impossibili a Bruxelles. Regna la pura astrazione, che può affascinare molto e molti per cinque minuti, il tempo di un’apparizione di Salvini in tv (un altro che vive fra telecamere). Ma che non cambia di una virgola la politica del governo, né le aspettative degli italiani. I quali forse gradirebbero avere sia Renzi, sia un’alternativa a Renzi.

Invece le opposizioni credono di poter battere la popolarità col populismo, e perciò propugnano battaglie tanto alte da non essere afferrate. Battaglie all’insegna dei nuovi miti scoperti, rispettivamente Marine Le Pen, Alexis Tsipras e Nigel Farage, che nulla hanno da spartire coi problemi degli italiani in Italia, e ben poco da insegnare per risolverli.

Se le opposizioni abbandonano l’area centrale per rifugiarsi all’estremo, riusciranno a intercettare il malcontento, non però la voglia di cambiare. Finiranno per essere i conservatori che tengono il riformista Renzi per molti anni ancora alla guida dei tweet e del Paese.

f.guiglia@tiscali.it

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