Fino ad oggi il mondo lo conosceva come “Jihadi John”. Ma adesso, il tagliagole mascherato dello Stato Islamico dall’accento britannico, comparso in molti video minatori diffusi dal Califfato, ha un nome e un cognome: Mohammed Emwazi.

CHI È MOHAMMED EMWAZI (TUTTE LE FOTO)

Ad averne diffuso l’identità, peraltro nota già da tempo alle autorità britanniche – che avevano deciso scientemente di non rivelarla per non compromettere le indagini – sono stati il Washintgton Post e la BBC. Ventisette anni, nato in Kuwait ma cresciuto in un quartiere alto-borghese della zona ovest di Londra, appartenente a una «famiglia benestante», come la definisce il WP, Mohammed si sarebbe laureato in informatica e sarebbe andato in Siria intorno al 2012 per poi aderire all’Isis, diventandone il simbolo delle barbarie.

Emwazi sembra aver lasciato poco o nulla di sé sui social network e, in generale, in rete. Chi ha avuto modo di conoscerlo, racconta che Mohammed era un ragazzo educato cui piaceva indossare abiti alla moda, pur non contraddicendo i principi della sua fede islamica. Aveva la barba e, a differenza di quanto accade spesso nel mondo arabo, «guardava le donne negli occhi».

LE TESTIMONIANZE DI CHI CONOSCE IL BOIA DELL’ISIS

Nel corso di queste settimane sono state raccolte molte testimonianze di gente che in passato ha avuto contatti più o meno diretti con il boia dello Stato Islamico. «Non ho alcun dubbio che Mohammed sia “jihadi John”», ha dichiarato uno degli amici più intimi di Emwazi in un’intervista rilasciata al Washington Post. «Era come un fratello per me… Sono sicuro che è lui». Il rappresentante di un gruppo per i diritti umani britannico, che aveva contatti con Mohammed prima che questo decidesse di trasferirsi in Siria, ha spiegato che “Jihadi John” era l’appellativo dato al ragazzo da alcuni suoi ostaggi. «Ho immediatamente rintracciato una forte somiglianza con lui», ha spiegato Asim Qureshi, dopo aver visto uno dei video che ha come protagonista Emwazi. «Sono abbastanza certo si tratti della stessa persona».

IL SAFARI, LA CONVERSIONE RADICALE, IL RITORNO IN KUWAIT

Alcuni amici di Emwazi, che hanno parlato in condizione di anonimato a causa della delicatezza delle indagini, ritengono che Mohammed abbia iniziato a radicalizzarsi dopo un safari in Tanzania a cui prese parte dopo la laurea presso l’Università di Westminster. Emwazi e i due compagni di viaggio – un tedesco convertito all’Islam di nome Omar e un altro uomo, Abu Talib – una volta sbarcati a Dar es Salaam nel maggio 2009, erano stati arrestati dalla polizia e trattenuti durante la notte, per cause sconosciute.

Successivamente Emwazi era volato ad Amsterdam, sostenendo che un ufficiale del MI5, l’agenzia di sicurezza interna della Gran Bretagna, lo aveva erroneamente accusato di voler raggiungere la Somalia, dove opera il gruppo insurrezionale islamista al-Shabab. Nonostante la smentita, le dichiarazioni di un ex ostaggio raccolte dall’Independent testimonierebbero la passione di Mohammed per la Somalia: stando ai racconti, il “jihadista John” era a tal punto ossessionato dalle pratiche del gruppo terroristico somalo da costringere i suoi prigionieri a guardare continuamente video che lo riguardavano.

Autorizzato a tornare in Gran Bretagna assieme ai suoi due amici, Emwazi aveva incontrato nell’autunno del 2009, Asim Qureshi, direttore di ricerca presso l’organizzazione umanitaria CAGE, che difende le vittime della guerra al terrore, per discutere di quello che era successo. «Mohammed era piuttosto irritato dal modo in cui era stato trattato in quella circostanza», ha spiegato. Poco dopo, Emwazi decise di trasferirsi nel suo luogo di nascita, il Kuwait, dove iniziò a lavorare per una società di computer. Tornò a Londra due volte, la seconda volta per finalizzare i suoi progetti di matrimonio con una donna.

IL SECONDO ARRESTO

Nel giugno 2010, tuttavia, i funzionari antiterrorismo britannici lo arrestarono di nuovo, impedendogli di ritornare in Kuwait. «Avevo un lavoro che mi aspettava e il matrimonio», aveva scritto in una e-mail datata giugno 2010 e diretta a Qureshi. «Ma ora mi sento come un prigioniero, controllato da uomini dei servizi di sicurezza che mi impediscono di vivere una vita nuova nella mia città natale, il Kuwait».

Quasi quattro mesi dopo, quando un tribunale di New York aveva condannato Aafia Siddiqui, una militante conosciuta come “Lady al-Qaeda” e condannata per il tentato omicidio di personale statunitense in Afghanistan, Emwazi si era mostrato solidale nei suoi confronti, affermando che aveva «appreso la notizia sconvolgente che riguarda la nostra sorella…. Questo dovrebbe solo rendere più forte la lotta per la libertà e la giustizia!». Qureshi ha spiegato nell’intervista rilasciata al Washington Post di aver sentito per l’ultima volta Mohammed Emwazi nel gennaio 2012, quando questo gli inviò una email dicendosi disperato per la sua permanenza forzata a Londra.

IL TRASFERIMENTO IN SIRIA E L’INIZIO DELL’ATTIVITÀ TERRORISTICA

Ciò detto, non è chiaro quando e come Emwazi abbia effettivamente raggiunto la Siria. Un suo amico ha spiegato che nel 2012 Mohammed cercò di trasferirsi in Arabia Saudita per insegnare l’inglese, ma non ci riuscì. «Era sconvolto e voleva iniziare una vita altrove», ha spiegato il ragazzo. «Ad un certo punto voleva solo trovare un modo per andar via». Una volta arrivato in territorio siriano Emwazi contattò la sua famiglia e almeno uno dei suoi amici, ma non è chiaro nemmeno cosa si dissero.

(TUTTE LE FOTO DEL BOIA DI ISIS)

Un ex ostaggio dell’Isis ha raccontato che “Jihadi John” era uno dei membri, «il più tranquillo e intelligente», di un piccolo gruppo di miliziani incaricati di sorvegliare gli ostaggi occidentali in una prigione di Idlib, in Siria, nel 2013. Al gruppo si unirono poi altri due uomini con accento britannico. Si crede che i tre torturarono alcuni ostaggi facendo ricorso a pratiche, tra cui il waterboarding. Quando all’inizio del 2014 gli ostaggi occidentali furono trasferiti in una prigione a Raqqa, i tre uomini li raggiunsero lì: sembrava che nel frattempo avessero guadagnato potere all’interno dello Stato Islamico. All’incirca nello stesso periodo, Qureshi racconta di aver inviato una e-mail a Emwazi chiedendogli un contatto telefonico. Ma non ha mai ricevuto una risposta.

Da quel momento “Jihadi John” ha iniziato ad apparire nei video di cui tutti noi abbiamo traccia: per la prima volta nell’agosto del 2014, in occasione della decapitazione del giornalista americano James Foley. Poi, in quelli che mostrano le esecuzioni del giornalista americano Steven Sotloff, del cooperante britannico David Haines, del cittadino britannico Alan Henning e del cooperante americano Peter Kassig, divenuto dopo la conversione, Abdul Rahman Kassig.

LE INDAGINI

Durante i mesi passati, le autorità internazionali avevano fatto ricorso a diverse tecniche investigative, compresa l’analisi vocale e le interviste con gli ex ostaggi, per cercare di identificare il “jihadista John”. James B. Comey, direttore dell’FBI, ha spiegato che nel mese di settembre 2014 i funzionari credevano di avercela fatta a smascherare il tagliagole dell’Isis. Tuttavia, l’identità del terrorista è rimasta avvolta nel mistero per molto tempo a causa del protrarsi delle indagini. Un portavoce dell’ambasciata britannica a Washington aveva dichiarato: «Il nostro primo ministro è stato chiaro sul fatto che vogliamo consegnare alla giustizia tutti coloro che hanno commesso un omicidi e brutalità per conto dello Stato Islamico. Ma, poiché ci sono indagini in corso, non riteniamo sia opportuno che il governo le commenti»..

(TUTTE LE FOTO DEL BOIA DI ISIS)

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