Crescita economica lenta, afflusso massiccio e incontrollato di profughi, recenti attacchi terroristici come quello che ha coinvolto la redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. Tutti questi elementi, per l’Economist, non hanno fatto altro che accrescere l’intolleranza nei confronti degli immigrati, che sono diventati facile bersaglio per i politici populisti di tutta Europa.

IMMIGRATI, UNA RISORSA PER IL MERCATO DEL LAVORO EUROPEO

Questa tendenza al rifiuto e all’insofferenza nei confronti degli stranieri cozza con l’esigenza impellente del Vecchio Continente di un ricambio e di un incremento della forza lavoro. E ciò che emerge è proprio che, dal punto di vista lavorativo, gli immigrati rappresentino una risorsa importante. Forse molto più dei nativi e degli autoctoni.

I DATI DELL’EUROSTAT

Secondo i dati statistici diffusi dall’Eurostat, l’età media dei cittadini europei che vivono nel loro paese è di 43 anni, rispetto ai 35 dei migranti. La Gran Bretagna riesce ad attrae stranieri giovani e occupabili: la maggior parte di loro appartiene alla fascia di età compresa tra i 20 e i 30 anni. Circa due terzi degli immigrati che vivono in Germania, Francia e Italia sono di età compresa tra i 25 ei 64 anni abbracciando, di fatto, l’intero periodo lavorativamente utile, più o meno il doppio rispetto ai nativi.

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IMMIGRATI PIÙ ISTRUITI

Gli immigrati sarebbero molto spesso più istruiti degli autoctoni. Uno studio dell’OCSE ha rilevato che nel 2010-11 in due terzi dei paesi europei, una quota maggiore di immigrati era stato all’università (35 su 113) rispetto alla popolazione nativa, risultando proporzionalmente più istruiti. Secondo il rilevamento dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, inoltre, oggi gli stranieri che arrivano sono «più istruiti rispetto ai loro predecessori», poiché il livello di istruzione elevato «è aumentato del 70% nel corso dell’ultimo decennio». Cosa che li aiuta a trovare molto più facilmente un lavoro, anziché essere espulsi dallo stato che li ospita.

IN ITALIA IMMIGRATI MENO ISTRUITI

L’Italia non risulta essere in controtendenza: il numero degli stranieri residenti con alti livelli di istruzione è raddoppiato. Nonostante questo, per l’OCSE l’Italia è uno dei pochi Paesi – assieme a Irlanda, Giappone e Messico – nei quali la percentuale di migranti altamente istruiti si è abbassata. Questo perché la maggior parte di loro utilizzano il Belpaese come porta d’ingresso verso l’Europa, mentre invece tendono a stanziarsi in Italia migranti senza il famigerato pezzo di carta e che accettano posti di lavoro poco qualificati.

I DATI SULL’ IMMIGRAZIONE IN EUROPA

Sempre secondo i dati diffusi a dicembre dall’Organizzazione, la Germania si è “salvata” dalla crisi economica e così ha continuato ad attrarre immigrati, oltre 400 mila nel 2012, diventando la prima destinazione in Europa e la seconda  dopo gli Usa. Più in generale, sono oltre 115 milioni gli immigrati presenti oggi nei Paesi OCSE, pari a circa il 10% della popolazione. Nel 2012, ultimo anno su cui l’OCSE ha dati completi, gli Stati Uniti hanno accolto un milione di migranti, la Germania quasi 400.000, il Regno Unito 286.000, la Francia 259.000 e l’Italia 258.000. Se la Francia ha registrato un incremento regolare degli ingressi (+8% rispetto al 2011 e +21% nell’arco di cinque anni), Spagna e Italia, con alti tassi di disoccupazione negli ultimi anni, hanno invece visto diminuire il numero di ingressi, dopo che nel 2007 si erano classificati, rispettivamente, secondo e terzo Paese per immigrazione.

L’APPELLO DI ANGEL GURRIA DELL’OCSE

«I Paesi potranno trarre più benefici dall’immigrazione se cominceranno a considerare i migranti come risorsa piuttosto che come problema e le politiche di integrazione come un investimento», aveva affermato il segretario generale Angel Gurria, nella giornata di presentazione del rapporto OCSE a Parigi con il Commissario Ue per gli Affari Interni e la Migrazione, Dimitris Avramopoulos. «Le politiche migratore dovrebbero essere una priorità per i Paesi dell’Ocse e le politiche di integrazione dovrebbero essere considerate il miglior investimento possibile in termini di crescita, coesione sociale e benessere», aveva aggiunto Gurria.

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