Mi risuonano echi di lontane memorie ricardian-marxiste mentre leggo nell’ultimo bollettino della Bce della caduta del margine di profitto delle imprese non finanziarie nell’eurozona e mi viene voglia di appoggiarmi alle seduzioni della teoria della stagnazione secolare, ormai in gran voga fra gli addetti ai lavori, visto che non riesco a capire perché le imprese dovrebbero tornare a credere nel mercato se il mercato non crede più a loro, ossia ai loro prodotti.

Forse davvero dobbiamo rassegnarci a un’epoca in cui i tassi di crescita, gravati dagli andamenti demografici, saranno appena sufficienti a rendere i debiti sostenibili, e persino al prezzo di grandi costrizioni dei bilanci pubblici – leggi del welfare – e di quelli privati, atteso che gran parte della correzione dovrebbe indirizzarsi verso la produttività, nella quale come sappiamo gioca parte importante il livello dei salari.

Ma decido di rifuggire dalla tentazione di semplificare. In fondo non sono qui per lanciare slogan, ma per offrire, per quanto nelle mie capacità, spunti di riflessione, informazioni e analisi che traggo dalle astruse elaborazioni di quelli che ne sanno più di me.

Perciò mi rassegno e leggo tutta la manfrina prodotta dalla nostra Banca centrale per scoprire come “i margini di profitto delle società non finanziarie (SNF) siano drasticamente calati durante la recessione del 2008/2009 e si sono ridotti anche durante gli ultimi due anni”:

Vale la pena sottolineare che tale margine viene misurato in termini di profitti unitari lordi, calcolati osservando l’andamento di un indice che ha al numeratore il risultato lordo di gestione e al denominatore il valore aggiunto reale che misura in sostanza il prodotto.

Poiché la questione si fa tecnica, credo sia meglio fermarsi un attimo per approfondire.

In particolare la definizione di risultato lordo di gestione merita di essere illustrata per evitare fraintendimenti.

In contabilità nazionale, secondo le definizioni Istat aggiornate al vecchio Sec95, il reddito lordo di gestione “corrisponde al Pil, diminuito delle imposte indirette sulla produzione e sulle importazioni, al netto dei contributi alla produzione e dei redditi da lavoro dipendente versati dai datori di lavoro residenti. Comprende tutti gli altri redditi generati dal processo produttivo oltre gli ammortamenti”.

Provo a tradurre: il risultato lordo di gestione equivale a quella parte dell’utile del’impresa derivante dalla gestione caratteristica od operativa che dir si voglia, ossia alla differenza fra il valore della produzione e i costi.

In pratica tale indicatore misura il reddito espresso dall’impresa in quanto tale. E’ chiaro che all’aumentare dei costi il risultato lordo di gestione peggiora.

Se noi utilizziamo il rapporto fra risultato lordo di gestione delle imprese e il valore aggiunto reale della produzione di queste imprese otteniamo un indicatore che misura l’incidenza del reddito aziendale, chiamiamolo così per semplificare, sul prodotto nazionale. Se il risultato di gestione è 10 e il valore aggiunto della produzione industriale è 100, il mio margine di profitto, misurato come profitto unitario lordo, è del 10%. Più aumenta il numeratore, a denominatore fermo, più aumentano i margini di profitto e viceversa.

Quindi quando parliamo di caduta dei margini di profitto, così come la Bce l’ha definito, intendiamo l’andamento declinante di quest’indice.

Scusate la premessa, però almeno adesso sappiamo di cosa stiamo parlando.

Bene. Il grafico elaborato dalla Bce illustra che il margine del profitto, ossia l’incidenza dei profitti per unità di prodotto, ha subito una brusca caduta nel 2009, quando la decrescita arrivò a sfiorare il -5% a metà dell’anno rispetto all’anno precedente.

Poi il margine è tornato a salire, raggiungendo il suo picco all’inizio del 2011, quando ha ripreso a cadere. Alla fine del 2013, quando il grafico si chiude, il margine era a crescita sostanzialmente zero.

Secondo gli analisti della Bce, durante la caduta economica del 2008, la sofferenza del margine di profitto è da attribuirsi alla “reattività relativamente scarsa delle retribuzioni degli occupati. Di conseguenza, la quota dei profitti (sul valore aggiunto) è calata decisamente, portandosi su livelli inferiori alla sua media di più lungo periodo, dopo aver seguito una tendenza al rialzo prima della crisi”.

In effetti si vede con chiarezza che la quota del profitto lordo e netto delle imprese non finanziarie in percentuale del valore aggiunto cresceva fino al 2007, quando stava in media sopra il 40% (lordo) e il 25% (netto), per poi inabissarsi in quelli successivi. Tale calo, peraltro, non si è arrestato.

A fine 2013 tale quota lorda risulta più bassa del 1999 e quella netta ancora di più, ormai sotto il 20%.

“La flessione delle quote di profitto – commenta la Bce – potrebbe avere diverse cause. Da un lato, esse riflettono il fatto che, nel contesto di debolezza economica prevalente per gran parte del periodo dal 2008, gli aumenti dei costi dei servizi del lavoro e del capitale non hanno potuto essere trasmessi ai prezzi di vendita. Dall’altro lato, le quote dei profitti erano molto aumentate prima della crisi del 2008 e quindi risulta difficile confrontarne gli andamenti poiché non esiste un parametro affidabile del reale livello di lungo periodo di tali quote”.

Qualunque sia la ragione, che siano cresciuti i costi troppo adesso o che siano cresciuti troppo i profitti prima, rimane il fatto che ormai da più di quindici anni le imprese vedono decrescere sostanzialmente la propria quota di profitti.

Voi al posto loro cosa fareste?

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