Che succede nel fantastico mondo del capitalismo italiano? La domanda sorge spontanea dopo qualche fatto che si va affastellando. No, non parliamo dell’indagine della procura di Firenze (di Firenze!) sugli appalti delle grandi opere e che ha prodotto il consueto frullatore mediatico-giudiziario.

Siccome non abbiamo intercettazioni e brogliacci delle procure con cui baloccarci, ci limitiamo ad altri rapportini. Da un report del Club Ambrosetti si apprende, ad esempio, che cosa aziende italiane di spicco e multinazionali attive nel nostro Paese chiedono alle istituzioni e al governo. Meno tasse? Senz’altro. Meno burocrazia e meno pastoie giudiziarie? Di sicuro. Ma il documento che il Club Ambrosetti ha spedito negli scorsi giorni al governo Renzi e al ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, si intitola così: “Il ruolo di una efficace politica industriale per la competitività del nostro Sistema Paese”.

Sì, nessuna svista, è proprio scritto “il ruolo di una efficace politica industriale”. D’altronde le 4 pagine con premesse, obiettivi e proposte, passando attraverso retroterra storico italiano e confronti positivi con quello che succede in altri Paesi europei, elencano misure e suggerimenti non troppo liberisti. Ecco le “priorità per la politica industriale”, secondo il Club The European House-Ambrosetti. Prima priorità: “Difendere i settori industriali strategici per il Paese”. Seconda priorità: “Integrare industria e servizi e tutelare le filiere industriali”. Terza priorità: “Mantenere la leadership nell’alta di gamma e allargarsi alla classe media emergente nel mondo”. Quarta e ultima priorità: “Portare le tecnologie di frontiera all’interno dei settori industriali dell’industria e valorizzare le pmi innovatrici”.

Insomma, dopo anni, anzi decenni, di giusta e sacrosanta tiritera su lacci e lacciuoli da sciogliere, esponenti del capitalismo italiano si chiedono se e come lo Stato italiano, come in altri Paesi come gli Usa, la Germania, la Francia e l’Inghilterra (con tanto di esempi e confronti), possa e debba assecondare, agevolare o far convogliare investimenti (italiani e stranieri) su determinati settori e filiere. E rispondono di sì: sì, c’è bisogno di politiche industriali.

Ma come in tutte le conversioni repentine, ci sono gli eccessi. Così è capitato che dalle colonne del Corriere della Sera – dove da decenni pontifica Francesco Giavazzi con qualche cambiamento di opinione mai ammesso – negli scorsi giorni l’economista Salvatore Bragantini, già commissario Consob, ha criticato addirittura la vendita di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts da parte del gruppo Finmeccanica ai giapponesi di Hitachi. A ribattere, e ribaltare, le tesi di Bragantini ci ha pensato non proprio un turbo liberista, ovvero il viceministro dello Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, già nei Ds. Con quali e con quanti soldi si doveva conservare il controllo di Ansaldo Breda?, si è chiesto. E quel gioiello del segnalamento ferroviario di Ansaldo Sts si doveva castrare oppure era opportuno che si aprisse a partner esterni per valorizzare e internazionalizzare competenze ed esperienze?, si è domandato con stoccate indirette De Vincenti.

Anche da altri pulpiti liberal-liberisti vengono revisioni e riconsiderazioni da menzionare. Si prenda Affari & Finanza, dorso del lunedì del quotidiano la Repubblica che da anni prende di mira colbertismi e dirigismi, veri o presunti. Titolo dell’editoriale di ieri a firma Federico Fubini: “La banda larga e la mancanza di una strategia per l’Italia”. Conclusione di Fubini: “L’Italia ha bisogno di una discussione concreta, non ideologica, sui confini fra il mercato e le infrastrutture di base del Paese. Solo un’economia di mercato può funzionare fino in fondo”.

Che la discussione (non ideologica) cominci.

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