Ettolitri di letteratura e di cronaca giornalistica che da decenni non fanno che ripetere l’adagio secondo cui in Sicilia tutto cambia perché nulla cambi, e invece non è vero nulla. Era tutto un disegno. Gli amministratori, i politici siciliani non hanno fatto altro che obbedire a un patto. Rispettare un’estetica. Quella pensata e sistematizzata da uno dei più grandi paesaggisti di Francia, l’angioino Gilles Clément.
Uno ha passato la vita ad accusare la Sicilia e i siciliani, a lamentarsi di loro per via della lentezza, dei ritardi, dei pessimi trasporti, delle brutte e poche strade, dell’assenza, insomma, di qualunque forma di antropizzazione e invece, piglia e scopre che dietro c’era un disegno ben preciso. Quello secondo cui la migliore forma di governo è prendere e starsene muti e fermi. Non fare niente. Starsene a contemplare. Un disegno da raccontare con orgoglio. Immaginatevi il pastore di Tornatore – il più poeta dei personaggi de l’Uomo delle Stelle – che lo presenta più o meno così: – Se i Siciliani siamo il terzo Stato, la nostra Sicilia, quella vera, è il terzo paesaggio. Quella parte di territorio che è il niente e il nessuno. Quella finita, fortuna sua, nella zona cieca delle amministrazioni, del catasto, degli interessi e degli interessati, dei palazzinari e degli speculatori. Tutta quella parte di bedda terra che è scampata, Dio solo sa come, al colabrodo dei cunicoli delle zolfare e ai depositi illegali di scorie.
Dove la Natura, con il suo periodo che è quello lento del fugoide, arreda e orchestra. Ora per erosione, poi per mezzo della più maldestra ditta di traslochi: il terremoto. Quindi con un’eruzione. Dove, all’improvviso, fa nascere a due spanne da un fico, dai tronchi nodosi e le mani aperte al cielo, una pianta vagabonda. Una di quelle piante che muore per rinascere due metri più in là, con cui Natura è capace di sorprendere l’uomo, anche quello più contemplativo e attento che trascorre la sua vita osservandola con l’umiltà dell’entomologo.
La Sicilia è un grandissimo giardino in movimento. E proprio laddove essa appare sperduta e abbandonata, essa conserva tutto il suo fascino e tutto il suo potenziale. Come quegli angoli pieni di frasciamazza che hanno per guardiani scupazze in uniforme.
Quello di cui la Sicilia avrebbe bisogno è l’occhio di un artista, un animo nobile che, con i tempi lenti dell’etologo, sappia immaginarsi dove posizionare tante panchine. Sono le panchine che fanno il paesaggio. Come le telecamere per il regista, le panchine danno le visuali che vorremmo avessero i visitatori i quali, seduti con le gambe accavallate trasformano il luogo in un paesaggio. La terra è della Natura, ma il paesaggio è del popolo. Ci vorrebbe in Sicilia un Gaudì come a Parc Güell.

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