Come ho già scritto – http://www.formiche.net/2015/02/27/la-stagione-della-post-politica/ -, con Renzi siamo nella fase ultima della narrazione postmoderna che annienta storia e significati oggettivi della politica: la post-politica.

Insisto su un punto: sono gli uomini in carne e ossa, secondo la concreta espressione di Gramsci, a rendere tangibile questo processo: il caso del sindaco di Salerno, De Luca, è esemplare (http://www.formiche.net/2015/03/04/renzi-de-luca-la-post-politica/).

Ma non c’è limite ai casi esemplari e, nella ricca fenomenologia dei post-politici, c’è una nuova entrata, decisamente di rango: Yoram Gutgeld.

Un consulente McKinsey con le qualità tipiche degli uomini McKinsey, gente votata a sentirsi parte di qualcosa che po svenderanno al miglior offerente, quindi personalità adatte a questo ciclo di revisione strutturale dei contorni concreti della politica. Diciamo pure che da oggi a fare politica ci vanno i post-politici. Attenzione: non si tratta di non-politici o di a-politici o di super-partes, ammesso e non concesso che esistano in natura uomini super-partes, ma di figure costruite in laboratorio per far passare un’idea tanto raffinata quanto diabolica: si deovono fare le “riforme” e, dato che i politici non sono riusciti a farle, nonostante che ce lo chiedesse l’Europa, allora le facciamo noi. Certo, aggiungono costoro, sappiamo di non poterlo fare da soli, ma abbiamo dalla nostra il premier che ha deciso di applicare le migliori teorie sull’efficienza dei sistemi e sulla meritocrazia – leggi alla voce Roger Abravanel, altro McKinsey boy – allo Stato e alle istituzioni, quindi il gioco è fatto. Infatti, questi personaggi sono particolarmente forti nella teoria dei giochi, che non sto qui a spiegare, ma dico soltanto che con la politica, in tutta la sua complessità, c’entra poco e niente. E’ uno strumento di analisi e di calcolo elevato a misura e cifra della politica: il mezzo che diventa fine. La solita vecchia storia, che di solito produce una marea di casini, nel Palazzo e fuori.

Ecco allora che, lentamente ma progressivamente, noi ci ritroviamo di fronte alla disgregazione della stessa forma della politica e del suo significato storico, culturale e strategico, in vista del bene della società, e non abbiamo il paracadute per saltare da quest’aereo che vira, impazzito, su Roma. Il problema non esiste da oggi. A partire dagli anni ’90 del secolo scorso, fu il combinato disposto di procure e finanza internazionale e creare l’inferno della politica, conducendo a sicura morte la classe dirigente che aveva prodotto la migliore Italia possibile, dal 1948 in avanti. Il tutto si chiuse con una manciata di sentenze amministrative, ma fra la fine di Craxi, del PSI, della DC e del ceppo laico e non ideologico del pensiero laico, la partita si è chiusa drammaticamente. Dopo, è nato il fenomeno Berlusconi, che ha fatto della pop-politica integrativa, cioè ha cercato di mettere insieme i migliori pezzi della storia politica italiana in un progetto di partito nazionale chiamato appunto Forza Italia. Una pop-politica, perché il corpo e la storia personale – “storia italiana”, si scrisse allora – era il tutto, seppur composto di varie parti, ma una pop-politica che cercava appunto di evitare la deriva della post-politica. Del superamento manu militari della politica, stavolta per mezzo di manovre di palazzo ordite col concorso di chi avrebbe invece dovuto salvaguardare la legittimità delle procedure politiche e istituzionali. Sul caso Berlusconi, dal 2011 ad oggi, Brunetta ha scritto molto e le sue riflessioni mi persuadono sempre di più (Ora il Parlamento faccia luce sul complotto, Il Giornale, domenica 15 marzo. Piero Ostellino, non certo un berlusconiano, ha scritto sulle stesse colonne: “Si è parlato, non del tutto a torto, di golpe” (La Cassazione ha aperto il vaso di Pandora, domenica 15 marzo). Questo è lo snodo cruciale e il nodo storico-politico ancora da sciogliere.

Dopodiché abbiamo avuto tre governi non eletti e l’ultimo, quello attuale, che ha scelto la via post-politica, la concezione secondo la quale, per fare politica, si debba cancellare la politica come tale. Per realizzare questo disegno, Gutgeld è davvero un “buon valore”, come il suo cognome recita nella lingua tedesca.

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