Queste sono le giornate in cui il Gran Cerimoniere fa calare il sipario sull’inverno annunciando l’ingresso della nuova stagione. In queste giornate, le albe sono il riverbero di luce nell’umidità lasciata dalla notte piovosa, fuggita come una ladra con indosso il paltò in cui ha fatto suo il freddo.
E’ mattina e c’è un tepore rassicurante. Il Cipresso lungo il viale ondeggia come la fiamma di una candela. Il Cipresso è lì, da sempre. Custode dei luoghi e in alta uniforme accetta qualunque destino. Le volontà, tutte, del Gran Cerimoniere.
Le candele invece, piccole, sottili, nodose, brillano tutta una vita. Hanno colli di altezze diverse e fan fiamme giocose. Incanto per chi le guarda quando il vento le sfruculia e loro, per tutta risposta, gli fanno di rimando tutte le boccacce possibili. Smorfie, sono quelle. Le maschere di gioia e di dolore di una intera vita.
E’ in queste giornate che il Gran Cerimoniere, avvolto nel vento, decide con la serietà della liturgia, di portar via il dolore spegnendo alcune di quelle fiamme. Che al vento, un’ultima volta, brillano più di tutte. Un’ultima volta, le più belle.
A te che rimani, orfano di quelle facce, non puoi che odiare quel tepore del mattino che ti ricorda, ogni anno, quella primavera di solitudine. La fredda assenza.

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