Ero su Melrose Avenue, nei pressi del Pacific Design Center a Los Angeles, in una giornata in cui il sole, un raggio dopo l’altro, giocava a colpirne i vetri per poter, dopo, soffrire del giocoso solletico di quelli riflessi che a lui tornavano sgranchendosi nel celeste e nel blu.

Fu allora che vidi, dall’altra parte della strada, una donna, tale e quale, la zia. Senza gli acciacchi di tutta una vita, in piedi se ne andava a camminando sotto quel sole, miraggio tra i raggi. Ecco, mi dicevo, la vita non finisce e vale la pena, sempre, di essere vissuta giacché, poi, quello che si chiama morte non è altro che un cambio di emisfero. Scambiare l’alba con il tramonto. Era lei quella donna che le somigliava così tanto. E quel suo passeggiare sotto quel sole così caldo e festoso non poteva che essere la ricompensa di troppi autunni di vita.

Qualche giorno dopo, a Broadway, un altro posto buono per congiungere il nostro mondo con tutti gli infiniti altri, quelli dell’immaginazione, dentro le scene di un musical, ho visto lui: un avvocatuzzo con il quale ebbi a ridire per via del suo poco aiuto e tanto fastidio.

E siccome la vita è sempre una partita a carte che girano mescolandosi tra una mano e l’altra, a Broadway, il grande mazziere che ha in lui tutta l’immaginazione, ha pensato di regalarmi un sorriso e un poco, pure di soddisfazione. Quell’avvocatuzzo, infatti, era finito dentro un musical nella parte del più stupido asino. Nei panni dell’uomo di latta. Tutto grigio argentato con la testa dentro a un cappello che era un imbuto. Goffo nel muoversi e nel ragionare. Con quella bocca dalle labbra giganti che a fatica coprivano quei denti equini buoni solo per l’eterno, suo, bardo. Un raglio pesante.

Condividi tramite