Che delusione Il Foglio. Una delusione, da abbonato, quella di vedere tante belle penne ridotte a reggere il moccolo al premier.
C’è stato un tempo in cui ogni prima pagina de Il Foglio era una sorpresa. Il fatto del giorno, la questione che in quel momento catalizzava l’attenzione, l’analisi e il commento nerboruto culturale e politico, veniva affrontata dal Foglio spiazzando. Sempre. Tutti i giornali, il mainstream andava da una parte, in particolare quei giornali che hanno sempre ritenuto di avere, scegliendo una rotta cerchiobottista, la patente della verità che veniva, poi, dagli interessi di cui erano oracoli nemmeno così difficili da interpretare, il Foglio andava dall’altra. Certe mattine, era come prendere un pugno allo stomaco. E aveva già fatto il suo, il Foglio, con quel pugno. Perché in quella mezzora in cui sfogliavi il giornale, eri obbligato a pensare. Cercavi di capirne il ragionamento. I perché. E il tutto faceva riflessione e approfondimento.
Oggi non è più così. Non si può tollerare un Vitiello schierato in difesa del premier perché ingiustamente ridotto al Mike Buongiorno dei nostri tempi. E non si può accettare di vedere attaccato Nicola Gratteri – articolo di qualche giorno fa – perché è poco liberale in tema di vizi, se i vizi, poi, si chiamano videopoker.
Proprio non si può accettare che un uomo di Stato e delle Istituzioni che lotta facendo il suo dovere dentro quell’acquario bestiale che è la Calabria, sia attaccato in questo modo vile e stucchevole. Certo, ora è tempo di Expo.
E, invece, bisognerebbe tenere sempre viva l’allerta su di una regione che è corrosa dalla mafia più spietata, in cui non c’è zolla di terra, in cui non c’è goccia d’acqua che non sia avvelenata dalla presenza della faccia più malvagia dell’indole umana. Un luogo dove quella che i benpensanti chiamano società civile è strettamente collusa con i malacarne, un luogo in cui la Chiesa, da sempre, ha favorito e difeso il malaffare aggiungendo tentacoli a tentacoli. Non basta il renzismo di Papa Francesco che va in Calabria e lancia una slide di scomunica. Andrebbero cambiati tutti i vescovi della Calabria, semmai. Questo paese ha bisogno di una dialisi di facce. Il fatto è che finché possono papiare, tutti papiano. Intestandosi un dizionario di verità.

Ma chi è questo Renzi? Chi ce lo ha imposto? Anche se la stagione che viviamo è una stagione difficile per il paese, non è Renzi l’uomo con la visione, con la statura da statista che può incarnare una nazione. La nazione nasce dal basso, in genere dentro le trincee, sia esse siano fatte di sacchi di sabbia in mezzo al fango della guerra, sia quelle file interminabili davanti agli sportelli, terminali di un sistema finanziario che si è dissociato dalla realtà e che si sta divorando la vita.
Renzi non è mai stato in una trincea. Non è un uomo del popolo. Meno che mai della nazione. E’ un pupo in un parlamento di pupi. Non si può sentire l’elenco di chi costituisce la sua maggioranza: NCD, Scelta Civica. Stanno alla società come le stanze chimiche alla natura. Non sono neanche biodegradabili. Non c’è una sezione, un ufficio, una scrivania a cui qualcuno di questi sedicenti rappresentanti del popolo devono dare conto di quello che fanno. Ma chi sono? Extraterrestri forse?

Ma per qual motivo, poi, bisogna correre dietro a Renzi e al suo Expo sorbendosi un intero paginone de Il Foglio che, stringi stringi, deve dimostrare con qualche esempio storico che in tutte le Esposizioni Universali i lavori sono finiti in ritardo.
Renzi era a Pompei. Una Pompei come nessun turista l’ha mai vista. Ovvio, nella più scontata e tipica manfrina tutta italiana, per il premier si era vestita a festa. Con i suoi dipendenti, che latitano tutto l’anno impedendo ai visitatori di andare a visitare i pezzi unici di una storia troppo buona con questa terra, tutti presenti. Tutto era tirato a lucido per mandare in scena la mistificazione. L’impostura che l’Italia bella e che piace al mondo è pronta. Quando neanche qualche mese fa non si parlava d’altro che di crolli e di assenze del personale nei giorni di festa. Puaff.

E’ decisamente troppo tutto questo panegirico che tutta la stampa, compresa quella che fino a ieri avevo ritenuto immune dal conformismo, riversa verso il giovin Signore.

Che delusione.

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