Odio la competizione. Soprattutto la competizione sportiva. Ci si sovraccarica di tensione agonistica ed io non sono in grado di sopportarla. Ho cambiato innumerevoli sport e collezionato innumerevoli delusioni. Non fa per me e lo riconosco. A tratti è un qualcosa in più dell’insofferenza, rasenta quasi la mal sopportazione e di conseguenza non ho mai avuto il bisogno di identificarmi con una qualche squadra, fosse di calcio o altro sport.

Ho avuto un’infanzia triste? Tutt’altro. Ho calpestato i “selciati” più duri ed aspri della storia senza mai rammaricarmene. Due stadi ideali: la micro-piazzetta del mercato coperto del mio paese e la saracinesca del garage di Ciccio Russo. Poca roba? Assolutamente no. Il “Delle Alpi” e il “Filadelfia“, due mondi paralleli e complementari ad immortalare le gesta della meglio gioventù. Ero troppo scarso per giocare e son passato in porta. In porta, dopo un po’, andavo nel panico per ipotetici colpi in faccia e sfuggivo alla palla ed infine mi toccava la “telecronaca”. Lì ho scoperto che mi piaceva parlare. A qualcosa è servito, ecco.

A bilanciare il sottoscritto c’era Rocco. Amava il calcio, giocava bene e d’estate, quando il sole cocente del mare ci bruciava tutti, lui sembrava un saracino. Laddove io mi perdevo, c’era lui. Tranne in porta. Velocità di pensiero ed azione, inutile sprecarlo tra i pali. Dove passava Attila non cresce più l’erba? Dove giocava Rocco si poteva anche seminare, a patto che fosse stagione.

Negli anni io e Rocco ci siam persi e ritrovati: le elementari, le superiori, una casa a Napoli, Giurisprudenza, le cene fiorentine, gli scherzi alla maestra Mele ed un Capodanno che preferiamo dimenticare. Alti e bassi che segnano tutti i rapporti umani e non ce ne siamo mai fatti un cruccio.

Oggi è lunedì ed io e Rocco ci siam sentiti. Il Lunedì è il giorno dopo per antonomasia. Uno dei tanti giorni dopo. In Italia, infatti, a cadenze regolari ci si imbatte sempre ne il “giorno dopo”. Il giorno dopo che? Il giorno che segue una strage, un incidente di rilevanza nazionale, una calamità, uno scontro tra manifestanti e forze dell’ordine. Il giorno, per intenderci, in cui ci si riscopre un po’ tutti giuristi, sportivi, militanti politici, filo-celerini e chissà cos’altro. Par quasi che il giorno dopo sia più mesto del giorno prima. Rocco ed io ci siam sentiti ed abbiamo commentato in qualche battuta i fatti di Torino. Abbiam biascicato le nostre opinioni personali, abbiamo fatto spallucce e siamo tornati punto e a capo.

Perché vi racconto tutto questo?  Perché di calcio non ci ho mai capito niente e sono la persona meno indicata ad affrontare il problema, ma sono italiano e forse la mia idea è giusta che io la dica. La piaga della violenza negli stadi segna, costantemente, la lesa maestà del paese dinnanzi all’uso arbitrario della ferocia e della prepotenza. La reazione, lo spaesamento, la paura e l’incapacità di gestire il tutto da parte delle istituzioni preposte e non solo. Rappresenta, per intenderci, la frutta marcia alla quale questo paese è destinato. Un fritto misto al ragù di capre senza cavoli.

Un paese che non ha voglia di cambiare. Un paese che non sa cosa fare. Un paese che forse non ha più ragion d’essere. Un paese che non è in grado di difendere i propri cittadini e che é forte con i deboli e debole con i forti. Un paese di fischi e sempre più bombe. Tutto questo mi demotiva e mi demoralizza.

Prima di salutarci, Rocco mi ha detto che lui chiuderebbe le curve e le aprirebbe solo ai bambini. Ecco, solo in quel momento, abbiamo trovato il nodo di Gordio sportivo che ci ha sempre divisi. Nonostante io non sia in grado di seguire un evento sportivo per più di due nano-secondi, sarei ben lieto di sapere che la gente, in Italia, torna allo stadio per passare una domenica felice. Soprattutto perché so che ci tornerebbe anche lui che, oggi, non vuole più essere un giocatore famoso ma avviarsi alla carriera giurisprudenziale. Sarei ben lieto di sapere che con lui ci tornerebbero anche Gianluca, Leonardo, Francesco, Pablo, Davide ed un sacco di persone che conosco ed altrettante che non conosco. Non ho interesse di capire che cosa accada nelle menti degli uomini che si definiscono Ultrà. Non ho la pazienza di riflettere su qualsivoglia significato si possa dare alla parola “cultura” di una fascia di popolazione. Certo è che la mia cultura, qualunque essa sia, non incute timore e non si manifesta in violenza gratuita e, detto tra noi, mi urta anche parecchio ai cabbasisi che mi si voglia propinare la mia incapacità di vedute come il motivo per il quale non capirò mai le botte da orbi e le bombe carta addosso alla gente.

Era il 1780 ed un tale Edward Stanley, conte di Derby, ideò una corsa equestre chiamata “The Derby”. Da allora in poi, per fortuna del conte o piacevolezza del suono della suddetta parola, da quel poco noto ippodromo di Epson, il termine derby ha assunto forme e significati diversi. Chissà cosa avrebbe pensato, il Conte, sapendo che la parola ormai è l’anticamera delle manifestazioni di odio spregiudicato. Probabilmente avrebbe preferito il nostro di derby. Quello di quando eravamo bambini. Tutto era perfetto: io facevo la telecronaca, Rocco scartava Luigi, Ciccio sbuffava e gli anziani si lamentavano per il frastuono provocato dalle pallonate sulla saracinesca.

Ps. Non ho più toccato un pallone da quando, in un attimo di follia infantile, diedi un calcio al pallone in cuoio Coca-Cola di Rocco, presente dei mondiali France ’98, e questi andò a finire sotto le ruote di un bus di passaggio scoppiando miserevolmente. Rocco mi ha perdonato ma prima o poi gli restituirò il mal tolto. 

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