Poca roba, niente di che, anche perché io non sono di bocca così buona come le nuove tribù di italioti del “non possiamo rimanere nella palude” (la stessa che ha permesso che costoro fossero minimamente presi in considerazione, ma tant’è), provenendo da una vera storia politica, quindi considero Renzi un Chianti acidulo e mal fermentato, tra un pò finirà nel dimenticatoio, pertanto.

La prima cosa è che Renzi non è un leader. L’ha detto lui stesso: un uomo solo al comando. Non è facile stare da solo al comando, così, più o meno alla lettera. Chi ragiona così non è un leader e forse neanche un capo, perché, per recitare quel ruolo, ci vuole il fisico giusto e lui non è Zio Ben, quindi, niente da fare. Renzi non è neanche lontanamente paragonabile a quello statista di genio e fattivo senso pragmatico, dotato di imperiale visione d’insieme, che fu Benito Mussolini. Matteo Renzi è un “ragazzotto fiorentino”, come l’ha perfettamente definito Ostellino, forse non è neanche il caso di aggrottare le ciglia come ha fatto De Bortoli, col suo “maleducato di talento” (ché, altrimenti, al Foglio si arrabbiano…); Renzi è un fiorentino perfettamente riuscito, tipicamente fiorentino, capace di fottere l’amico e il compagno di giochi secondo l’inveterata tradizione di tradimenti che solo quella dannata città di facili costumi ha saputo produrre a ritmo industriale (come quando c’era il Pignone, per intendersi); è il frutto dell’unica scuola di cinismo politico – ribattezzato, malamente, Realpolitik, tutt’altra vicenda – ancora in piedi, con le stampelle, almeno a Firenze, quella sinistra Dc che finge di essere lapiriana e invece è solo “casciniana” (non casiniana), cioè figlia delle Cascine (la cosa ai toscani dovrebbe dire molto), tutto qua. Nessuno scandalo. Non ci sono leader a casa Renzi. Nessuna idea e visione dell’Italia in testa: solo quel che si può portare a casa nel deserto, ecco lo stato dell’arte (anche nello Stato).

Seconda cosa, anche qui senza sudarci sopra troppo: Renzi è quella malattia, per così dire e senza neanche esagerare nel male, preceduta da migliaia di sintomi mai avvertiti dalla stessa gente che oggi lancia al cielo alti lai, penosamente. Gente che merita quel che abbiamo e vediamo oggi. Qualcuno ricorda che nel 1992 – c’è anche una serie tv che va in onda su Sky, gente – l’alleanza tra la magistratura, i poteri finanziari e i soliti noti al tavolo delle merende, in Italia, ha svenduto il Paese, decimando la classe dirigente eletta e con un cursus honorum pazzesco rispetto a questi fantastici peones che ci ritroviamo in Parlamento? Ebbene, secondo la legge della lunga durata, codificata da Braudel e dalla Scuola storica delle Annales, fenomeni così rilevanti producono i loro nefasti effetti dopo un tot di tempo, certo non dopo uno-due anni, quindi oggi, dopo un quarto di secolo, siamo alla resa dei conti e al tavolo del gioco c’è Renzi. Vale a dire chi ha saputo stare a Firenze a raccattare relazioni da usare, anche col centrodestra, poi a stanare gli ultimi comunisti invecchiati sulle loro sconfitte e infine a dire al premier di turno “stai sereno”: Firenze è un manuale di scuola che non perdona, signori. E’ una vecchia signora provinciale che odia col sangue agli occhi chiunque si frapponga tra la sua finta gloria e il suo reale decadere, nel presente. Oggi, con Renzi, si paga il conto. E’ il terzo presidente del consiglio che non passa per le urne, da Monti in avanti, cioè da quel disgraziato 11 novembre 2011, di amaro sapore golpista, e nessuno, a parte la Lega e un pezzo di FI, ha il coraggio di dirlo a chiare lettere. Ha preso tutti i suoi pezzi della pubblica amministrazione locale o comunque del Pd e li ha inseriti nello Stato e poi, naturalmente, chi aveva il conflitto di interessi in Italia era soltanto Silvio Berlusconi. Bene, ecco i risultati, cari moralisti degni di Firenze. Roma ha domandato, Firenze ha risposto: Matteo Renzi.

Terzo e ultimo punto, non vorrei sudarci troppo su questo post non pagato. Renzi è finito. Lo so, per molti risulterò un coglione magari rosicone, ma le cose stanno così, basta avere un pò di pazienza. L’ho scritto a metà febbraio e lo ribadisco. Questo è uno che, per far passare una legge elettorale che fa più schifo della cosiddetta “porcata”, deve mettere la fiducia, invocare l’apocalisse delle elezioni e cioè del tutti a casa, messaggio non subliminale mandato ai suoi, e oggi, nonostante tutto, ha i dati dell’economia contro, la Corte Costituzionale contro, i sindacati contro, come neanche ai tempi del Berlusca (sempre un signore rispetto al di cui sopra), un pò dei giornaloni fino a ieri proni con il mal di pancia, l’Italia vera che rischia e lavora incazzata fino alle lacrime di rabbia. L’ha capito, perché l’uomo è furbo e scaltro, fin troppo, e sta aggiustando il mirino con la legge elettorale, ma che raccatti qualcosa alle urne o meno, è l’ultimo giro di giostra, perché se sei un capo fai rumore e ti lustrano le scarpe, ma, dopo il servizio, hai tutto il duro mestiere del leader da dover portare avanti e qui non c’è partita. Qualcuno ha scritto, con vena umoristica da “Vernacoliere”, c’è un leader che fa il leader. Ma di ciò si è detto fin troppo, quante battute saranno? Troppe, per un tema di questa non raffinata lega. Et de hoc satis. Auguri ai renziani della prima e dell’ultima ora, il prossimo post lo scriverò sulla resilienza degli italioti, che goduria.

P.S.: una formidabile analisi politologica sulla fiorentinità come mens ideologica è reperibile nella magistrale canzone del menestrello fiorentino Riccardo Marasco, L’alluvione, un must:

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