Vorrei scrivere fiumi di parole da spendere ma potrei svincolarmi difficilmente tra il verboso ed il ripetitivo. Solo un trafiletto, un pensiero, una promessa, però, vorrei lasciarla.

Bisognerebbe ritrovare un paese. Farlo con forza e vigore. Ai politici che parlano alla pancia, preferisco quelli che parlano alla nazione. A chi parla di lavoro cercando necessariamente un nemico da combattere, preferisco quelli che sognano mutuabile collaborazione tra i datori di lavoro e dipendenti. A chi si appropria delle date in rosso o, ancor peggio, a chi le contesta, vorrei sorridere.

Il mondo sembra avere sempre più bisogno di schiavi. I posti di lavoro, d’altro canto, sono calati drasticamente. C’è un esercito di persone che non hanno reddito. La sovranità è ormai diventata appannaggio della globalizzazione economica. Siamo arrivati al paradosso di poter essere poveri anche avendo un reddito fisso.

Tutto ciò, per fortuna, non ha colore. Il lavoro non è prerogativa di sinistra o di destra. Parlare di politica del lavoro significa parlare e, qualora possibile, gettare nuovamente le basi per il futuro di questo paese.

E’ il primo Maggio e lo denudiamo da tutti i significati partitici vincolanti. Il lavoro d’altronde, come diceva qualcuno, è l’amore reso visibile.

 

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