“Il noto, proprio perché considerato tale, non è conosciuto.” – G.W.F. Hegel

 

La mamma degli imbecilli è sempre incinta. Non una massima, un dato di fatto evidente come l’imbolsimento bovino e colpevole delle nostre classi “digerenti” e, pendant naturale, la furia ributtante dei figli della neoborghesia con minore storia e tradizione alle spalle che questo sciagurato Paese abbia mai potuto menzionare, tra annali storici e cronache locali.

Ah, scusate…il tema: quei “quattro teppistelli” (chi l’ha detto?…) che, teatro la Milano dell’Expo 2015, hanno preso a sprangate vetrine, bancomat, distrutto macchine di cittadini, bastonato un tot di poliziotti, rigorosamente in tenuta antisommossa per non muoversi affatto, of course.

Sullo sfondo l’analisi troppo chiara e lampante: sapevamo già tutto. Sapevamo che sarebbero arrivati i lanzichenecchi senza onore barbaro, mosconi che balzano dalle paludi del nulla. Tutto sapevamo e anche più. Il Ministro dell’Interno fa il paio con il presidente non eletto dagli italiani e gongola per aver fatto stuprare la figlia in macchina, avendo, però, salvato l’interno in pura pelle, perdonate la non elegante metafora. E sia: parto dunque da qui.

Noi diciamo, da bravi ipocriti a ritmo purtroppo non intermittente: ma guarda che vandali, la vecchia signora che urla dalla terrazza “siete la vergogna dell’Italia, vergogna! Bla bla bla”, che copione melodrammatico, questa indignazione civile. Bella anche a vedersi. Aiuta non poco chi ha lasciato con il cerino acceso in mano i poliziotti, Alfano, che loda oggi la popolazione di Milano, piccolo particolare: il ministro sarebbe lui…fa niente? Bene, e allora perché non se ne va? Al suo posto ci mettiamo un comitato di indignati speciali in servizio effettivo permanente.

Non ne posso più di questa ipocrisia pelosa, che si allea oggettivamente con la carità altrettanto pelosa: signori, questi sono i nostri figli. Le famiglie dalle quali provengono devono oggi dire: “Mio figlio è un pirla”. Bravo, paparino, e tu che hai fatto per non produrre un mentecatto di questa portata, parassita nell’anima prima ancora che nei sensi; nessuno si indigna per questo? Il riferimento è al tizio ventenne, bocciato due volte al Liceo, e che sbava per quell’ esperienza “bellissima”, “e poi se avevo qualcosa in mano, minkia…spaccavo tutto anch’io”. I predoni vengono dai depredati: da quelli che hanno abdicato al loro ruolo, di padre e madre, e oggi dicono, sì gli davo una sberla, ma ha 21 anni a che serve? Tu, intanto, dagliela, fagli capire che, da uomo a uomo, tu ti confronti con me e con tutta la mia storia che dice no a questa poltiglia che tu sostieni, caro figlio degenere. Moralismo dei parrucconi paraeducanti, anche sul Giornale: non si menano i figli, mica si deve fare come quella mamma di colore americana, e giù col razzismo mascherato, gente che vive nei quartieri poveri, bla bla bla. Invece questo individuo non ci vive nei quartieri poveri, è povero lui, in ogni diagonale dell’esistenza, questa è la verità.

Ma la tesi qual è? Eccola: i nichilisti si annusano e qui siamo tutti in compagnia di queata razza che, da padrona, è diventata predona. Ecco la verità, nuda e cruda.

I nichilisti sono a Palazzo Chigi e dunque, nel gergo nichilista, non ci sono le cause strutturali, profonde, di lungo periodo, no ci sono o “i compagni che sbagliano” o “quattro teppistelli”, e chi guida le forze dell’ordine può dire: abbiamo scampato il peggio. No, lorsignori non sanno che il peggio sono loro e da questo peggio non si scappa, ecco il dramma.

Quando intitoli una sala del Senato a un individuo che voleva scaraventare addosso a un carabiniere l’estintore, invece di raccontare al padre la verità: ha infranto la legge e le conseguenze sono queste; da quel momento in avanti, tutto è lecito. Ed ecco allora che la polizia è fascista e ACAB- All Cops Are Bastards, con il plauso della città stuprata, Genova, che Dio le conceda dunque il bis, così raddoppiano la letizia. Perfetta letizia, sarà. Ormai è tutto chiaro: chi distrugge è protetto perché i parrucconi al potere oggi sono nichilisti come lo erano ieri i vecchi Dc che non facevano cacciare dalle università i terroristi rossi (quelli neri, subito, invece) e poi piangevano perché le migliori canaglie col mitra accoppavano Moro, decretando – da quel momento – la crisi strutturale della democrazia italiana. Ergo: tutto si tiene: questi spaccano tutto e io gongolo perché non c’è scappato il morto. Lo dici tu: qui tutto è morto, perché si muore in molti modi. Ma con certe morti non puoi fare la preparazione che consigliava Sant’Alfonso Maria De’ Liguori. Fra nichilisti ci si intende: ecco la realtà dei fatti. D’altra parte, cosa c’è dietro il nichilismo? La regola secondo la quale “ciò che è noto, proprio in quanto tale, non è conosciuto”, dettata dal filosofo Hegel. Ovvero: la santa alleanza degli ipocriti. Noi sappiamo tutto, è chiaro, lampante, arcinoto a tutti, ma…che facciamo, ragazzi? Adesso ci mettiamo a impaurire la gente, a dire la verità, a reagire magari con la forza? Ma no, la “forza” da Bar dello sport la lasciamo alle frasi in libertà, “non ci muoviamo di un millimetro”, che tanto che cambia? Il resto fa male perché la realtà può far male e dunque alla larga. Nel gergo della psicologia sociale si chiama dissonanza cognitiva, ma lasciamo stare, a buon intenditor, poche parole.

Quindi, noi importiamo nichilisti e li esportiamo: tutti ritardati. Il mondo si muove e loro tranquillizzano le loro coscienze non devote; la storia manda le madri di colori a testimoniare che per crescere ci vuole l’autorità, ma i maschi “italioti”, cresciuti tra sezioni andate a male e rave party andati peggio, non ci sentono da nessun orecchio. A destra, sì, anche a destra. La sinistra è indecente su questo, la destra o centrodestra, che dir si voglia o meno, è anch’essa la copia-carbone del nullismo italiota. Tutto qua. Avanti tutta, allora, cari ritardati di talento, ché l’Italia non s’è ancora desta e poi, d’altra parte, anche l’inno nazionale non fa più fino, “siam pronti alla vita”. Si viveva, sì, ma quando si cantava “siam pronti alla morte”. Perché, per vivere, devi sapere prima di tutto per chi e cosa morire.

 

 

 

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