L'opinione di Oscar Giannino sulla recente sortita del premier

Matteo Renzi ha capacità di reazione straordinarie. Così, 3 giorni dopo le devastazioni a Milano rese possibili dalle direttive date dal governo alle forze di polizia, sempre a Milano ha cambiato copione. E, incontrando la crema della finanza italiana a Piazza Affari ha sfoderato la spada contro il capitalismo di relazione. “Quel sistema che poneva la relazione come elemento chiave di un Paese in cui giornali, banche, imprese, fondazioni bancarie, partiti politici hanno pensato che si potesse andare avanti tutti insieme dialogando e discutendo, è morto” ha detto, aggiungendo che “se non muore quel sistema muore l’Italia”.

Sul capitalismo di relazione ha ragione, Renzi, oppure no? I numeri dicono che, in effetti, il crony capitalism, il capitalismo clientelare che pratica controllo e gestione delle imprese, selezione negli affari e nelle forniture, e concessione di credito il tutto basato sui rapporti intrecciati tra persone invece che sul merito dei progetti come delle persone stesse, è in riduzione rispetto ai tempi in cui Stato-Iri da una parte e galassia-Mediobanca cucciana dall’altra erano la sintesi di un’Italia finanziaria praticamente tutta – o quasi – “relazionale”. I patti di sindacato che univano tutti i piani alti del capitalismo privato incentrati su Mediobanca si sono sciolti o diluiti, Mario Greco alla testa di Generali non è più parte delle cosiddette “operazioni di sistema” che tanto male hanno fatto all’Italia e alle sue aziende (da Telecom Italia ad Alitalia), Intesa e Unicredit sono oggi guidate da manager come Carlo Messina e Federico Ghizzoni che pensano a fare banca e non a compiacere le parti correlate.

Ma attenzione, il capitalismo di relazione che solo un anno fa Giovanni Bazoli difendeva a spada sul Financial Times non è affatto tramontato. Bazoli ne resta in fondo il più grande campione, perché in un paese di capitalismo fondato sul merito vicende come il rastrellamento di partecipazioni compiute dal suo protetto Zaleski con esposizioni miliardarie sarebbero finite in tribunale, non nel mega salvataggio operato concordemente dal sistema bancario italiano e negato di regola a qualunque altro imprenditore italiano (con eccezioni, ovvio, vedi l’altro salvataggio “relazionale” operato dalle banche nella debenedettiana Sorgenia, l’anno scorso..).

I numeri della Consob dicono che a fine 2014 l’85% delle società quotate italiane e il 75% della capitalizzazione di Borsa è controllato da una o più persone, mentre le società a vasta diffusione del capitale sono solo 10, per un 20% della capitalizzazione. I patti di sindacato sono scesi da fine anni ’90 e riguardano un quarto delle quotate, ma in compenso sono aumentati i patti di voto e quelli di coalizione senza patti ma con liste comuni, dal 22 al 40% e dall’8 al 10%. Soprattutto, lo Stato continua a controllare direttamente il 35% del totale della capitalizzazione di mercato: ed è questo il punto debole dell’accusatore Renzi.

Il premier ha detto ieri che “lo Stato si è chiamato fuori” dal capitalismo relazionale, ma i numeri dicono il contrario. Nel settore dei servizi, il 67% della capitalizzazione di Borsa è controllata dallo Stato con le multiutilities. E se dal 1998 sul totale delle quotate italiane i gruppi a controllo verticale – altro classico del capitalismo relazionale, visto che consentono di controllare società impegnando pochissimo capitale ad alta leva, in alto nella catena di controllo, prevaricando i diritti degli investitori presenti nel capitale “in basso” – sono scesi dal 39% al 20%, è proprio lo Stato oggi a detenerne il primato.

Renzi dunque ha fatto bene a scudisciare i privati. Ma oltre alla massiccia presenza dello Stato che con lui non arretra, ha inoltre dimenticato che proprio il suo governo l’anno scorso ha fatto un bel regalo al capitalismo relazionale, consentendo a chi controlla le quotate detenendo i titoli da almeno un anno di potersi dare un voto plurimo per mantenerne il controllo, adottando la riforma statutaria a maggioranza semplice invece che qualificata, e cioè con un calcio in faccia agli investitori istituzionali presenti nel capitale ma in minoranza. Anzi, per essere precisi bisogna dire che è stato il parlamento a volere tale regalo per le quotate, perché all’inizio il governo lo concepiva solo per le società piccole. Lo Stato ci ha guadagnato di poter far cassa scendendo nella quota detenuta nei giganti quotati senza perderne il controllo, ma in cambio ha esattamente fatto un favore al capitalismo di relazione privato che ieri Renzi ha attaccato, ostacolando la contendibilità delle imprese che esso controlla. Per fortuna ad adottare in questo modo disinvolto il voto plurimo sono stati in pochi, per non sfidare i fondi esteri che piano piano cominciano a essere più presenti e attivi nel capitale delle grandi quotate italiane.

E ancora: sottoscrivendo la cosiddetta autoriforma delle fondazioni bancarie italiane, altre protagoniste di prima grandezza del capitalismo di relazione italiano, il governo ha sì posto limiti alla quota che ciascuna di esse detiene in una sola banca, ma esteso la possibilità di scambi di quote attraverso le quali esse potranno oggi anche entrare in patti di controllo delle grandi banche popolari che diventano spa. Col bel risultato che, invece di scendere nel controllo delle banche italiane e concentrarsi nelle loro funzioni di privato sociale, le fondazioni controlleranno ancora più banche di prima.

L’analisi competa si può leggere sul blog dell’Istituto Bruno Leoni

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