C’è qualche bufaletta che sta circolando da giorni sulla Cassa depositi e prestiti. No, non si parla delle indiscrezioni (lanciate per prime da Repubblica) sul ribaltone dei vertici di Cdp architettato a Palazzo Chigi dai consiglieri o amici ultra renziani come Andrea Guerra e Marco Carrai. Ovviamente il birignao politico-giornalistico prevede pure la post indiscrezione secondo cui, per carità, il premier non voleva accelerare così brutalmente nel rottamare con un anno di anticipo presidente e amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti (Cdp), ovvero Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini. Ma poi ci ha pensato domenica scorsa il premier in persona a confermare – seppure fracchianamente, a tratti – a Maria Teresa Meli del Corriere della Sera che, sì, il governo vuole davvero cambiare vertici e marcia (senza dire ancora quale, lasciando così spazio a interpretazioni e ipotesi) alla società controllata all’80% dal ministero dell’Economia.

Ma qual è la bufaletta? Eccola, come scritto di recente: le fondazioni bancarie “svolgono, come azionisti della Cassa, due ruoli importanti. Innanzitutto la loro presenza, fosse anche con una sola azione, evita che il bilancio della Cassa sia consolidato nei conti dello Stato”. Poffarbacco. E’ davvero così?

In assenza di rettifiche, smentite e precisazioni (che in altre occasioni non sono mancate con tanto di pagelle e pagelline), siamo andati a rovistare sul sito del Mef, il ministero dell’Economia. Ecco che cosa si legge alla definizione di “Amministrazioni pubbliche”: “Settore di contabilità nazionale preso a riferimento in ambito europeo. Comprende le Amministrazioni Centrali, le Amministrazioni Locali e gli Enti Previdenziali. In particolare, rientrano tutte le unità istituzionali individuate dall’Istat sulla base di norme classificatorie e definitorie proprie del sistema statistico nazionale e comunitario (Regolamento UE n. 2223/96, SEC95). Non sono, invece, comprese le aziende pubbliche classificate “market” in presenza di una copertura dei costi con ricavi propri superiore al 50 per cento”.

Ovvero: la Cassa depositi e prestiti è considerata market – se ben ci comprende e pronti a fare ammenda in caso di svarioni interpretativi – non perché 64 fondazioni bancarie detengono il 18,1% della Cassa ma perché la Cdp ha ricavi propri superiori al 50% dei costi.

Quisquilie e pinzellacchere statistiche? Non solo. Se si va sotto il 50%, magari per effetto di attività e remunerazioni più pubbliche che private, la mole del risparmio postale gestito da Cdp potrà essere considerato a tutti gli effetti debito pubblico da Eurostat, quindi da Bruxelles.

Una prospettiva non proprio esaltante per la finanza statale e per gli oneri del debito pubblico dell’Italia…

(LO SPECIALE DI FORMICHE.NET SUL FUTURO DI CDP NELL’ERA RENZIANA)

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