Tra quelle facce nere e disorientate di migranti che scappano, ci sono anche quelle di cittadini Somali. Giusto per fare mente locale, ricordiamoci cosa fu la Somalia per tanti Italiani che oggi gridano all’emergenza.

Negli 70’, molti professori di blasonati atenei italiani del Nord Italia, oggi probabilmente in pensione, andarono a Mogadiscio, soli o con la famiglia, a insegnare. Non erano certo animati dal sacro fuoco della solidarietà quanto piuttosto dal fatto che in un mese avrebbero incassato lo stipendio di un anno.

In molti andarono soli e vissero la loro stagione “coloniale”. Una stagione fortunata nella quale, in poco tempo, poterono acquistare casa in Italia. Di tanto in tanto, poi, alla sera, nel caldo equatoriale di Mogadiscio, qualche giovane vergine e minorenne somala, che badava alle pulizie nelle loro case, si faceva trovare nei loro letti. Ed era tutta una esplosione di concetti e di equazioni. Altra solidarietà, tutta di genere maschile la loro.

Tra le tante cose che gli italiani hanno esportato in Somalia, obbedendo allora all’idea di “creare lì le condizioni”, ci fu anche la costruzione di un impianto per la macellazione della carne. Qualche lungimirante progettista di macelli – chissà forse un vero e proprio macellaio – pensò bene di indirizzare lo scarico dei liquami e degli umori dell’impianto verso il mare. Fu così che un giorno, durante una giornata di mare, alcuni papà somali dovettero vedere mangiati dagli squali, attirati da quel sangue, i loro figlioletti che facevano il bagno in acque in cui gli squali non erano mai stati visti prima. Tant’è.

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