Forse, un grande FORSE in lettere maiuscolo, la mina ellenica verrà disinnescata e la Ue aggiungerà un quarto atto alla pochade greca. Tireremo tutti un sospiro di sollievo, ma durerà poco. Perché, al contrario di quel che sosteneva Karl Marx, nell’area euro la storia si presenta prima come farsa ma poi può finire in tragedia. A giudicare da quel che ha anticipato Die Zeit, il settimanale tedesco di area liberale, la Germania è pronta a rilanciare e questa volta la posta e tutto il piatto. In altri termini, si tratta di compiere il balzo decisivo verso una vera integrazione economica e non solo monetaria, che passa attraverso un bilancio e una politica fiscale comuni.

I vari Paesi dovrebbero essere pronti a cedere la loro sovranità e che cosa riceverebbero in cambio? Una condivisione dei debiti, interventi mirati per colmare le disparità interne, un riequilibrio sostanziale (in parole povere la Germania dovrebbe ridurre il suo attivo della bilancia commerciale che ha raggiunto la quota assurda di 9 punti di pil)? Non è chiaro e dovrebbe essere oggetto di un negoziato al termine del quale ci deve essere la revisione dei trattati.

E’ questo il salto in avanti richiesto dagli europeisti puri e duri? Certo, tutto si rimette in movimento e fermi non si può più stare. Secondo Die Zeit, Angela Merkel avrebbe ottenuto il via libera anche da Hollande. Il che suona strano perché la sovranista Francia ha sempre rifiutato di rinunciare alle proprie prerogative. Anzi, le ha difese al punto tale che è il solo Paese a non aver mai rispettato il vincolo del 3% dopo il decollo dell’euro.

La trovata per uscire dall’impasse è dare all’Eurogruppo il potere di sovraintendere alle politiche di bilancio e alle riforme. L’organismo è composto dai ministri economici, quindi formalmente saranno sempre i governi nazionali a decidere. Il presidente dell’Eurogruppo diventerà una figura chiave, un superministro con poteri superiori a quelli dei commissari. Forse siamo sospettosi, ma conoscendo i nostri polli (pardon, galletti) c’è da scommettere che Parigi ha ottenuto da Berlino la promessa, o forse il giuramento solenne, di ricoprire quel posto.

Se il piano passa, si crea una Europa a più dimensioni e a diversi livelli, con un nocciolo duro di Paesi che hanno moneta unica e politica economica strettamente coordinata e controllata. Oltre al fiscal compact, nascerà un reform compact, come aveva chiesto Draghi. I Paesi fuori dall’area euro potranno decidere a loro volta di seguire oppure no la politica economica e le riforme degli altri, un po’ come accade adesso con i cambi, perché sia la sterlina sia le corone scandinave (anzi persino il franco fino al recente sganciamento) si coordinano in modo flessibile con i tassi e le quotazioni dell’euro. Nell’economia globale, nessuno è un’isola.

La proposta franco-tedesca dovrebbe essere presentata al consiglio europeo di fine mese. Come si schierano gli altri Paesi? La Spagna ci sta, ma rilancia. Il governo di Madrid ha inviato una lettera a Mario Draghi per chiedere che la Banca centrale europea cambi il proprio mandato, si occupi anche di sviluppo e occupazione come fa la Federal Reserve americana e intervenga con una politica monetaria mirata a ridurre gli squilibri interni. Alla politica di bilancio comune dovrebbe essere accompagnata anche l’emissione degli eurobond richiesti invano anni fa da Juncker e Tremonti. Sono passi più ambiziosi ma anche coerenti.

E l’Italia? Non risulta finora nessuna posizione ufficiale. Il governo Renzi intende proporre la nascita di una indennità di disoccupazione europea, un modo di mettere in comune la politica sociale, offrendo una risposta riformista all’antieuropeismo di destra e di sinistra che sta conquistando l’opinione pubblica. Il progetto è stato studiato dalla Banca d’Italia e l’intenzione è lodevole. Ma è come uscire per la tangente. La questione centrale oggi è se bilancio pubblico e riforme debbono passare nelle mani di un organismo sovranazionale. E’ vero che la proposta franco-tedesca prevede anche maggiori poteri del parlamento europeo, tuttavia nessuno lo considera un organo che esercita il potere sovrano, nonostante venga eletto dal popolo.

Dunque, senza giri di parole, bisogna chiedersi se a questo punto l’Italia ha interesse a farsi guidare dall’esterno. Si potrebbe dire che è già successo almeno dalla lettera della Bce dell’agosto 2011. Tuttavia se quello era un precetto trasformato in diktat, questo diventa un esproprio a meno che non ci sia una decisione esplicita del Parlamento nazionale.

Siamo davanti a nuove scelte forti, di portata strategica, ma sembra che il governo faccia orecchie da mercante. E’ interesse dell’Italia devolvere all’Eurogruppo la politica di bilancio? A quali condizioni? Potrebbe aumentare la flessibilità della quale abbiamo bisogno o saremmo imprigionati nella camicia di Nesso? Siamo d’accordo con le proposte spagnole o sono fughe in avanti?

Non conosciamo le risposte dell’esecutivo. Certo, Renzi ha altro a cui pensare, come il balletto delle minoranze che rischiano di farlo traballare: la minoranza del Pd, la minoranza della minoranza della minoranza centrista, la minoranza di Forza Italia che ormai si è fatta sempre più minoranza. E poi i talk show non ne parlano, quindi inutile perderci tempo. Così senza che Ballarò, Piazza pulita, e tutti gli altri se ne accorgano, Pier Carlo Padoan finirà per fare un biglietto per Bruxelles, e di sola andata.

Stefano Cingolani

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