Umberto Eco, forse uno degli intellettuali italiani viventi più conosciuti in Europa, e non solo, ha ricevuto un’altra Laurea ad honorem e si è lasciato andare a un’affermazione che ha scatenato le furie degli internauti. Colpiti nel loro profondo ego e senso di intoccabilità.

Eco, che non mi sta particolarmente simpatico, quindi per cui non sento il bisogno di fare da difensore d’ufficio, ha detto invece una cosa che è 1) ovvia, 2) assolutamente condivisibile. Perché?

Come si può ascoltare dal video a questo >>> link <<< Eco riconosce ai nuovi media (anche se parla nello specifico di Twitter) un ruolo importantissimo “anche positivo” e fa qualche esempio un po’ fantascientifico come quello sulla seconda guerra mondiale. Dopotutto non si fa la storia coi se, però Eco se lo può permettere. Si può dire che il suo giudizio, che è sia un giudizio personale, sia un giudizio di un vero esperto di comunicazione, è rigido e piuttosto duro con il mondo digitale, ma non stupisce perché come sa chi lo ha letto, studiato o anche solo seguito, il suo approccio è sempre stato molto critico al mondo dei mass-media. Lo si può accusare, tutt’al più, di elitarismo. Ma fatto ciò niente toglie o aggiunge alla discussione aperta da Eco: l’uso di internet oggi. Chi sono coloro che lo usano? Come lo usano? E via dicendo…

In una serie di articoli che ho scritto e pubblicato  qualche anno fa su Scienza&Pace mi interrogavo proprio sul mondo digitale, sui suoi paradossi e sulle trasformazioni sociali e politiche che questi strumenti avevano innescato. Ciò che affermavo come primo assunto è che un mezzo non è di per sé né buono né cattivo, dipende dall’uso che se ne fa e dipende soprattutto dall’attore che usa quello strumento. Appunto: il problema sono gli attori.

Ho scritto poco sopra che l’affermazione di Eco è per me ovvia, perché internet ha raggiunto un numero di persone talmente ampio che in quel calderone per forza di cose ci devono essere anche degli imbecilli. E parliamoci chiaro: ce ne sono tanti. Basta farsi un giro su facebook e leggere i commenti che vengono lasciati in svariate pagine. Ed è condivisibile perché, seppur detto con la rudezza che gli è propria, in uno spazio in cui non esistono filtri, dove si accumulano miliardi di informazioni, scritte da chiunque, viene meno la riconoscibilità e dunque anche l’attendibilità di certe informazioni. Il problema è tutt’altro che superfluo.

La nostra esistenza si caratterizza da parecchio tempo per il mettere la nostra vita nelle mani dei saperi esperti di altri. Pensiamo ai medici, agli ingegneri, ai chimici o ai politici. La maggioranza di persone, che si compone di intelligenti e di imbecilli, difficile quantificarli esattamente, si affida al parere di un “esperto”. Cosa accade nell’era di internet? Tale netta distinzione tra esperto e non esperto è resa così labile che quasi scompare. Sembra che tutti siano esperti di qualche cosa. Se con arroganza si poteva accusare Umberto Eco di essere un tuttologo, oggi con altrettanta superficialità ci sono milioni di tuttologi che intervengono 1) senza essere interpellati, 2) parlando di cose che non conoscono, 3) pretendendo di essere ascoltati, seguiti e applauditi con un magnifico “I like” e infine, cosa assai più pericolosa, 4) credendo di avere una qualche sorta di onnipotenza e/o intoccabilità poiché sono seduti dietro a uno schermo a distanza di centinaia di chilometri rispetto, magari, all’interlocutore che hanno appena insultato, accusato di qualche cosa e via dicendo.

Umberto Eco afferma semplicemente che nel mondo digitale siamo arrivati a una situazione estrema e ambigua. Una cosa che era già presente nel mondo della televisione: si pensi alle televendite, ai santoni e maghi… alle promesse di successo e di felicità vendute da esperti del selling. Internet include tutto questo e anzi lo ha amplificato in modo estremo: un non-spazio che è ingestibile e incontrollato per definizione dove l’utente medio deve stare molto attento a non cadere vittima della sua stessa “imbecillità”. Un caso tra tanti: il giornale satirico online “Lercio“, che mi fa tanto ridere, in moltissimi condividono notizie e titoli convinti che siano cose reali. E capita anche a personaggi noti.  Oppure si trovano articoli di esperti in medicina, ingegneria o fisica, per esempio, pieni di commenti di utenti che, e non è una colpa o una vergogna semplicemente non hanno mai studiato niente di tutto questo o magari non hanno studiato per niente, che si lanciano in analisi creative a sostegno o per smentire il “sapere esperto” di chi esperto lo è davvero. Insomma, ha ragione o no Eco quando dice che alla fine non riesci più a distinguere l’esperto dal non esperto? Solo un altro esperto (ce ne sono ancora?) può riconoscere un intervento di chi esperto non è.

Oggi per esempio ho condiviso un post in cui c’era una formula matematica indicante “l’equazione di Dirac” mi è piaciuta, io non so quasi niente di Fisica Quantistica, anzi forse proprio niente se non che esiste, e dunque ho condiviso un materiale perché ho avuto piacere per farlo senza però sapere se quella formula è davvero una cosa che esiste o meno. Non mi sono certo azzardato a commentare per dire se sono convinto o no che sia una formula della fisica quantistica o no. Non ho le competenze per farlo. Per fortuna un amico fisico mi ha detto di conoscerla e sono stato confortato: ancora, affidarsi al sapere esperto di qualcuno.

Ci sono poi casi anche gravi di imbecillità che diventa frode o inganno. Se creo una bellissima pagina web con scritto “Prof. Dott. in Cardiochirurgia” o chissà cosa d’altro, e scrivo una biografia inventata, scrivo suggerimenti o faccio articoli su terapie e indagini mediche MAI comunicate, pensate che l’utente “medio” (etichetta priva di un qualsiasi giudizio di valore) possa essere in grado di capire se mento o se dico il vero? Quanti sono i casi di truffe online, di gente che anche seriamente crede di avere poteri, capacità eccezionali, o conoscenze uniche e dispensa consigli a destra e a manca? Internet lo ha consentito: non c’è un filtro all’ingresso. E questa è la sua peculiarità e forza, ma anche la sua debolezza. E tutto questo nasce con internet? Ovvio che no! Ma è lo strumento perfetto dove si può fare e dire tutto e il suo contrario.

Ogni informazione che anche io uso, a volte per qualche articolo, devo verificarla 2 o 3 volte prima di pubblicarla, e a volte devo poi fare modifiche ex-post e dire: scusate, non ho verificato quella millesima volta in più e mi è sfuggito che tale cosa potrebbe essere una grossa idiozia! Siamo costretti a un processo di verifica continua dell’attendibilità dell’informazione. Il punto è che cediamo più o meno tutti, consapevolmente o no, alla condivisione virale senza controllare. E così un’idiozia si amplifica e diventa di fama mondiale.

C’è poi il momento della “morale” che proprio non mi piace. E mi vien da ridere quando leggo degli attacchi contro Eco per aver usato la parola “imbecille”. Che maleducato! Eppure la parola “imbecille” ha un significato assai più ampio e complesso del mero “offendere”. Sono sicuro che Eco lo sapesse, basta leggere sul dizionario Treccani.it (in internet ci sono anche cose interessanti, Eco lo sa!).

Se avesse usato un concetto diverso, però, spiegando esattamente la stessa cosa sarebbe stato, con molta probabilità, acclamato come il genio che è dagli stessi che in queste ore si indignano. Anche questo accade nel mondo online!

In Internet chiunque può dire ciò che vuole. Questo ha assai poco a che vedere con la questione della “libertà” e tanto meno con il “diritto di espressione”. Dopotutto alcuni considerano diritto di espressione il saluto romano, in Italia per esempio, mentre in Germania vieni arrestato per ogni riferimento all’ideologia nazista. Eviterei questa argomentazione contro Eco, perché si può solo scadere nel ridicolo. Eco sa cosa dice. E ancora più ridicolo è quando leggo “è diventato vecchio”. Come a volere sminuirne le capacità e competenze per una mera questione anagrafica o per dirgli, senza dirlo esplicitamente, che è un rincoglionito ormai. Un giovanilismo patologico che rigetto in toto, in quanto giovane, perché, e faccio il qualunquista ora: meglio un Eco che un Trota! Come non sopporto quando i vecchi dicono dei giovani: sei troppo giovane. Argomentazioni assurde e farlocche: dipende dall’esperienza che si ha. Si può essere dei giovani con tante esperienze alle spalle e dei cinquantenni con il niente

L’unica critica che sento di dover fare ad Umberto Eco è che oltre a fare questa analisi sbrigativa, seppur condivisibile e ovvia, per i motivi che ho detto poco fa, avrebbe potuto porsi altre domande come per esempio: come siamo arrivati a questo punto? Quale è il ruolo della società in questo deterioramento della cultura (se c’è)? Che ruolo ricopre in questa faccenda la crisi delle agenzie educative e della famiglia in primo luogo? Cosa poteva essere fatto e cosa potrebbe ancora essere fatto? In che modo si può pensare ad educare legioni di “inconsapevoli utenti” (magari suona meglio)?

Ultima cosa, lo status di imbecille inoltre non è un etichetta che si appiccica alla fronte una volta per tutte. Magari per alcuni individui sì… Spesso è un’etichetta rimovibile che ciascuno di noi ha magari indossato almeno una volta, cadendo in qualche trappola mediatica, convincendosi di discutere con un Premio Nobel dietro alla pagina Facebook o con chissà quale genio della filosofia o della medicina. Lanciandosi in affermazioni azzardate di cui si poteva fare tranquillamente a meno, dopotutto anche in Internet dovrebbe valere l’idea che se non si sa è meglio tacere, piuttosto che intervenire a tutti i costi. O per lo meno facendolo con un certo metodo.

Tralasciamo quindi il rimprovero morale ad Eco per l’uso della parola “imbecille” e concentriamoci sugli innumerevoli interrogativi che la discussione porta con sé, sono sicuro possa scaturirne un ottimo dibattito.

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