Tempo fa ho parlato di una signora che ha deciso come morire. O semplicemente ha deciso come non morire: in ospedale, con tubi e flebo, costretta a pesanti cicli di chemioterapia per conquistare qualche mese o anno di vita in più. Ho raccontato di chi, con grande forza e coraggio, ha deciso come gestire ciò che restava della propria vita.

Oggi voglio parlare di un caso diverso, ma legato a questo. La storia di un giovane che ha deciso di vivere e lottare e che per fortuna ha avuto la sua seconda possibilità.

Andrea (nome di fantasia) subisce un danno cardiaco all’età di 13 anni. Secondo quanto gli viene riportato dai medici, un batterio ha colpito le valvole cardiache compromettendone il funzionamento. Per quindici anni vive di controlli cardiaci, visite per valutare lo stato di deterioramento del suo cuore. Un giorno mi dice scherzando che ha fatto un calcolo di quante pastiglie ha ingerito negli ultimi anni: circa quindicimila. Sorride. Ha una forza d’animo che mi sconvolge.

Malgrado uno stato di salute precario vuole vivere come se questa situazione non esistesse. Fa sport ,anche di quello pesante: jogging, scalate in montagna, canoa. Ha una energia incredibile, decide poi di fare parapendio. Gli chiedo preoccupato perché lo faccia, se non è meglio dedicarsi ad attività meno rischiose.

La sua risposta mi folgora: voglio vivere normalmente, fare quello che mi piace e se poi va male, almeno in quel modo è un colpo e via, una cosa veloce. Non voglio ammuffire in un letto. Mi dice di guardarlo, che non sembra malato. Già, non sembra, ma lo è. E allora capisco una cosa: il modo in cui noi guardiamo chi ha una malattia o soffre è importantissimo. Lui è malato, ma non si sente malato. Vuole vivere come chiunque altro, è il nostro sguardo che lo fa sentire malato. Sono le nostre eccessive preoccupazioni a ricordargli, costantemente, che è malato. Uno status diverso da qualunque altro: essere malati vuol dire una vita in negativo. Non puoi fare questo, quello e questo ancora. Ma perché, se sento di poterlo fare? Perché anche se ti senti di poterlo fare, in verità non lo puoi fare. Poi starai peggio.

La vita mette davanti a sfide enormi. A volte ti chiedi perché. Che domanda banale: perché? Eppure non lo è affatto e capisci il senso del vivere e del morire, solo attraverso le esperienze dirette di chi questo dilemma lo vive tutti i giorni. Ma non c’è una vera risposta. Bisogna semplicemente: vivere come si desidera.

Andrea però non può davvero continuare. Il suo cuore ha ceduto. Lo costringono in un letto di ospedale per otto mesi. Tenuto in vita solo grazie ad un apparecchio che inietta nel sangue adrenalina pura, che emette scariche elettriche ogni qualvolta il cuore si ferma. Andrea non vuole morire: lui ha deciso di lottare. Ma ancora una volta è la possibilità di scegliere che domina la scena.

Racconta così la sua attesa, riflette sulle opzioni. Soffre perché sa che la sua sopravvivenza è legata alla morte di qualcun altro. Una vita per una vita, sembra quasi una frase da telefilm. Ma è l’equilibrio di tutte le cose: una vita per una vita. La morte che genera una seconda opportunità.

Andrea è tenace. Una forza come non ne ho mai viste. Resiste otto lunghi mesi in un letto di ospedale con centinaia di tubi, cavi e macchinari che lo controllano giorno e notte: la tecnica che scandisce i tempi di vita. La sua vita.

Una mattina, poi, viene svegliato. Lo trasferiscono in un altro reparto: c’è un cuore! Dicono ai suoi genitori. Devono fare alla svelta: la vita che si spegne lentamente altrove è prima energia vitale per lui.

C’è il dubbio della gioia: piango per festeggiare questa opportunità o perché una vita è stata spezzata per permettere a me di viverla? Un dubbio terribile, ma che è meglio portarsi dietro silenziosamente. Non c’è tempo da perdere. Un trapianto è una cosa seria e il tempo è fondamentale.

Passano i giorni, le settimane e anche i mesi. Ora c’è un battito nuovo nel petto di Andrea. Ed è la sua vita. La sua tenacia, l’attesa e la speranza che gli hanno dato una seconda possibilità.

Rifletto a lungo su questa storia: una vita si è interrotta in un corpo per procedere in un altro. Porterà con se questo dolore e questa gioia. Porterà con se anche il sapore della tenacia che ha prodotto un buon risultato.

Sono felice, perché quel cuore avrà un nuovo portatore che lo saprà valorizzare ogni minuto. Ogni respiro sarà un ringraziamento per questa seconda possibilità. Dopotutto la vita e la morte sono le due facce di una stessa medaglia. La storia di ieri e quella di oggi raccontano entrambe di una sola esperienza umana.

Tanta speranza e forza d’animo. E la possibilità di scegliere in che modo andare avanti, liberamente e coscientemente.

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