Quello che Matteo Salvini non potrà capire mai della Sicilia, neanche se glielo spiegano, è il mondo ancestrale di quel popolo di mare che a Pozzallo, ad esempio, ha le radici anche se molti pozzallesi fanno i marittimi e per trent’anni a terra non ci stanno mai.
Quando arrivai a Pozzallo avevo poco meno di dieci anni. Venivo da una scuola elementare privata di Roma e finii a frequentare una quarta elementare fatta dei ragazzi più in difficoltà del paese e del circondario. C’era Salvatore, figlio di pescatore. Ogni giorno, specie d’estate, sonnecchiava – mischino lui – Salvatore. Altro che algebra, altro che Leopardi. Sonno. Solo sonno era il suo.
Salvatore mi guardava, a me che gli parlavo in italiano, come a un marziano. Mi diceva “u signorino” e al tempo stesso di me aveva quasi paura e un poco pure di diffidenza perché temeva di non capire quello che gli dicevo. Salvatore aveva le mani che parevano di cartone. Marroni e ormai, per sempre, sporche e scucite nelle pieghe che erano piaghe per via del lavoro di riordino delle reti. Salvatore non lo vedo da vent’anni. Ma la sua faccia, già allora, era molto più simile a quella di uno dei tanti disperati che a Pozzallo arrivano con i barconi scappando dalle piaghe della guerra che alla mia.
Quando domani si festeggerà San Giovanni e il simulacro verrà messo su un peschereccio che ha i colori del lavoro e dell’usura accelerata dalla salsedine e dalla ruggine, e non certo le livree bianche delle vetroresine dei partita iva, Salvatore come un qualsiasi disperato si prenderà la benedizione di quella mano santa. San Giovanni crisci ranni! L’esortazione di ogni padre affiché i propri figli possano diventare grandi. Esortazione che non ha un Nord.

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