Nel teatro dove si recita a soggetto la commedia dell’euro capita di trovarci anche personaggi in cerca d’autore che ancora oggi, sette anni dopo la crisi, rimangono comparse anonime e anodine. La vulgata infatti, grande scrittrice di sottotitoli per le economie europee, si trova particolarmente priva di parole quando si tratti di immaginare il ruolo di una piccola economia periferica della penisola iberica che ancora oggi patisce, dopo aver tanto patito, il costo sociale di una delle correzioni più pesanti e meno osservate dell’eurozona: il Portogallo.

Così, l’Irlanda è la tigre che torna a ruggire dopo la crisi, la Spagna il gigante malato, ma disciplinato, con quelli di Podemos a far le bizze, la Grecia il paese povero e disgraziato vessato dai cattivissimi tedeschi, Cipro il paradiso fiscale dei russi con le banche-rotte. E il Portogallo? Niente.

Dei poveri portoghesi che, scrive la Commissione Ue, hanno sperimentato “un profondo aumento di povertà ed esclusione sociale nel 2013″ non importa granché a nessuno. Forse perché la tragedia greca assorbe tutte le lacrime che siamo capaci di spremere alla nostra sostanziale indifferenza, o forse perché i poveri greci hanno migliore stampa dei poveri portoghesi. Chissà.

Rimane il fatto che questa sorta di frammentazione dell’attenzione sulla povertà di intere popolazioni è un altro regalo di questa crisi che sarebbe stato bello risparmiarsi. Perciò mi sembra giusto riportare qui alcuni elementi raccolti dai documenti ufficiali che la Commissione Ue ha di recente dedicato al Portogallo, l’ultimo Country report di febbraio e il post programme surveillance report di luglio, dove c’è scritto tutto quello che c’è da sapere su questo piccolo Paese.

Ma prima di allietarvi con i dati macro, che sono brutti come ci si può aspettare pure al netto della buona volontà con la quale i portoghesi stanno affrontando il loro riaggiustamento, vale la pena dire ancora alcune parole sulla povertà dei portoghesi, che davvero non capisco perché sia così fuori moda.

La Commissione ci dice che “il numero di persone che vivono a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumentato di 210 mila fra il 2012 e il 2013″. “Questo incremento – sottolinea – è stato in percentuale il più alto dell’Ue, passando dal 25,3% al 27,4″. “La gravi privazioni materiali sono aumentate di 2,3 punti percentuali, riguardando il 10,9% della popolazione e il poverty gap per la popolazione in età lavorativa è arrivato al 31,2%, il secondo aumento per grandezza nell’Ue dall’inizio della crisi”.

Ancora di più mi colpisce leggere che “le famiglie con figli sono state particolarmente colpite dalla povertà e l’esclusione sociale”, con l’aggravante che “nel 2013 i bambini a grave rischio di povertà erano in numero maggiore rispetto al totale della popolazione”. In particolare i bambini a rischio povertà erano il 31,6% a fronte di un tasso per l’intera popolazione del 27,4. Questo record del disagio infantile è stato un altro primato raggiunto dal Portogallo nel sostanziale silenzio generale, mentre lo Stato, inseguendo il mito della correzione fiscale, riduceva la spesa per il supporto delle famiglie con bambini del 30% fra il 2010 e il 2011.

Eccoli qua, perciò i portoghesi, disciplinati almeno come gli spagnoli, e senza Podemos, poveri come i greci, se non peggio, eppure continuano ad essere ignorati.

Peggio ancora si ignora il prezzo pagato da questa piccola economia per continuare semplicemente a esistere, col risultato che oggi, pure con gli indicatori in lieve miglioramento, deve portare sulle spalle una situazione debitoria, pure questa, non seconda a nessuno.

Il livello dei debiti portoghesi, infatti, è gigantesco. Fra debito del settore privato, escluse le banche, e del settore pubblico, il Portogallo supera abbondantemente il 300% del Pil, dei quali oltre 200 il settore privato, con le banche ancora piene di non performing loans, e una situazione estera al limite della disperazione, con una NIIP (net international investment position) ancora negativa per il 115% del Pil, e un saldo di conto corrente tornato positivo, ma non abbastanza da arrivare a un riequilibrio che non sia secolare.

La Commissione, infatti, stima, che servirebbe un attivo di conto corrente del 2,5% l’anno per portare la NIIP a un deficit sostenibile. Al livello attuale di attivi di conto corrente, intorno all’1% del Pil, fra dieci anni il Portogallo sarà con un deficit estero di circa l’80% del Pil, più o meno al livello attuale dell’Irlanda, che ha notoriamente i suoi problemi.

Dal che deduco che la cura per il Portogallo dovrà continuare. Ed è facile anche capire come. Il Portogallo, infatti, è ancora strutturalmente in deficit sulla bilancia dei beni, malgrado il miglioramento indotto dal crollo delle importazioni, e a tenere in piedi il saldo corrente sono i servizi, in attivo, e i redditi secondari. Quindi per arrivare ad aumentare l’attivo di conto corrente e iniziare a pagare i suoi debiti senza doverne fare di nuovi, serviranno le solite riforme, dovendo pure fare i conti con un settore che produce beni economici e poco attrattivi e un notevole gap del costo del lavoro unitario fra i settori tradable e non tradable con la disoccupazione ancora molto elevata.

Giocoforza anche la politica fiscale dovrà adeguarsi. Malgrado alcune divergenze di opinioni sul livello previsto di deficit, che comunque orbiterà intorno al mitico 3% nei prossimi due anni, le autorità locali e la Commissione hanno vedute diverse anche sul debito pubblico, al 130,2% nel 2014, e previsto in calo fino al 123% nel 2016. Sempre che vadano in porto tutte le riforme che il Portogallo si è impegnato a fare, dovendo pure vedersela con la Corte costituzione che ha bocciato la riforma delle pensioni sulla quale il governo contava per realizzare risparmi importanti sulla spesa pubblica.

La linea Maginot del diritto costituzionale contro i diktat dell’economia è un’altro esito portoghese osservato giusto il tempo di lasciarlo decantare nell’indifferenza che popola il mainstream.

Rimane il fatto che l’analisi di sostenibilità del debito pubblico portoghese, così come quella del debiti esteri, è una piccola storia dell’orrore che si sostanzia nella constatazione che serviranno decenni di risparmi, pubblici e priati, per tenere a galla l’estremo iberico.

Ma sono ragionevolmente certo che non ce lo faranno sapere.

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