Apostolos Doxiadis è un gran narratore. Perché ha una testa logica e combinativa. Ha, dalla sua, l’arte dell’intreccio e dell’ingranaggio. E dunque, specie d’estate, specie se avete ancora qualche neurone capace di curiosità scampato all’evasione ebetita: quella del sudoku o peggio ancora dell’improduttivo e bovino navigare tra siti internet e messaggi in chat, ecco vi consiglio il suo ultimo libro “Tre piccoli porcellini: tre fratelli, un gangster, una maledizione”. Il libro è edito da Bompiani, e arriva dopo diversi anni dal suo: “Zio Petros e la congettura di Goldbach”, libro bellissimo che fu, per giunta, un grandissimo successo editoriale, tradotto in tantissime lingue e venduto ovunque.
Come tutti i grandi narratori, Doxiadis zappa sempre la stessa vigna. Anche in questa storia, che porta il lettore a spasso per il mondo, obbedendo geneticamente alla natura stessa dell’autore originario della Nuova Zelanda, vissuto in Grecia e cittadino del mondo, essendo stato in Italia e negli Stati Uniti, come per la Congettura, il viaggio più importante è quello che l’uomo fa dentro di sè, nella sua testa. La vita come metamorfosi, come continuo modificare e modificarsi. Il continuo specchiarsi dell’uomo nei tanti interlocutori che la vita gli mette di fronte e attraverso i quali, solo in punta di finale, all’epilogo, giunge alla più complicata della scoperte, al fine ultimo di ogni esistenza: capire chi è veramente.
Ecco, questo libro, dietro le spoglie del giallo, di un thriller scatenato dal brutto testacoda nella vita di Ben Frenk, per tramite della maledizione peggiore che può capitare a un uomo, ovvero quella pronunciata da un uomo d’onore, non è altro che uno scandaglio dell’essere umano, della sua indole più profonda. Dell’uomo come essere capace del bene e del male al tempo stesso.
Dell’uomo che, visto attraverso i piani sezione dei personaggi di questa intrigante storia, percorre il suo destino obbedendo a quel pacchetto di valori che sono, poi, il fagotto con cui si vagabonda per un’intera vita prima di  scoprirne il contenuto.
Chi si è, al netto di tutte le imposture.
Già, perché ciascuno di noi, per una vita intera, ignora quel fagotto lasciato chissà, da parte in soffitta, presi come si è dal denaro, dal successo, dalla fama, dai rispettabilissimi piaceri della carne. A un certo punto, però, il destino, come la coda di un lunghissimo drago su cui ignoravamo di essere, volteggia di colpo nell’aere mostrandoci la nostra evanescenza, il nostro essere un fuscello di fronte all’ineluttabilità del destino, del nostro scopo sulla terra. Ridimensionati, vediamo finalmente l’essenza, capiamo l’importanza dell’avversativa foscoliana “Ma perché pria del tempo […]”. Peppe Terranova, come zio Petros, alla fine vogliono una cosa sola: avere un discendente che sia testimone della loro esistenza. Non importa il perché certe cose sono state fatte, contano le azioni. Non conta la destinazione ma il viaggio, conta aver saputo passare il testimone.
Il nipote Sammy, la nipotina Stellina rappresentano la vita che continua attraverso le sue metamorfosi. Spesso, dopo aver pagato il prezzo più alto. Sono loro stessi il futuro, verso il quale l’uomo va incontro con quel fagotto che chi lo ha preceduto gli consegna. Nel bene e nel male.

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