Il 9 agosto è stata pubblicata da L’Unità una mia lettera che avevo mandato qualche giorno prima che titolava “per l’unità del PD serve l’impegno di tutti” in cui lamentavo l’assenza di un vero confronto politico e la sua sostituzione con una rincorsa al numero di maggiori di I like. Da una parte e dall’altra. La lettera ha avuto centinaia di condivisioni e centinaia di commenti. Ho provato a rispondere a tutti e ho rincorso un dialogo anche con chi mi accusava di cose più o meno orribili. Alla fine una piccola parte di chi aveva risposto con astio e rabbia ha interagito esponendo i propri dubbi e le proprie delusioni. E a volte scusandosi.

Nello stesso momento è stata pubblicata la lettera di Sergio Staino a Gianni Cuperlo e poi la sua risposta e da lì è nata una vera e propria discussione a distanza che ha coinvolto militanti, elettrici ed elettori, deputate e deputati. C’è stata finalmente una reazione, un moto di partecipazione attiva che lascia ben sperare. Centinaia di lettere indirizzate a L’Unità per dire la propria su questa discussione. Purtroppo, leggendo quelle pubblicate, il tutto si è ridotto, per necessità giornalista forse, a un “con chi stai?”. Ancora una volta si predilige un approccio di scontro e di posizionamento militare al puro e semplice incontro di visioni. Non è un o con Staino o con Cuperlo si tratta del riconoscere che in entrambe le posizioni c’è della verità. Ma ci sono anche tanti pregiudizi e semplicistiche argomentazioni. Da entrambe le parti. Dette in modi diversi, va da sé.

Staino ricorda alla dirigenza PD del passato che Matteo Renzi non è piovuto dal niente e che è il frutto della politica dei vari Cuperlo, Bersani e Bindi. Questa è una verità. Cuperlo ricorda che sostiene il governo e che il leader in quanto tale non è in discussione, poiché ha stravinto le primarie, ma che il suo ruolo è contendibile. Vero, ma il Congresso c’è tra tre anni e quindi non è proprio ora il momento del contendere qualche cosa. Si tratta invece di costruire un’alternativa per questo PD. Al momento ci sono alcuni percorsi, secondo me, da seguire contemporaneamente.

In primo luogo occorre anteporre agli interessi di parte, siano essi personali o di corrente, quelli del Paese. Questo si fa in Parlamento dove le forze politiche devono necessariamente confrontarsi e mediare sulle reciproche posizioni se vogliono raggiungere accordi, a patto che essi siano decenti e utili per il perseguimento dell’unico scopo importante: il bene comune. Di tutti. E questo ruolo lo svolge bene Matteo Renzi in quanto Presidente del Consiglio: senza dubbio ha dimostrato capacità di mediare con tutti i gruppi in Parlamento, eccezion fatta per il M5S che è un muro di gomma. Che poi lo abbia fatto nel modo giusto questo è tutto un altro discorso. Per me si poteva fare di meglio, anzi, si doveva. Ma tant’é.

In secondo luogo occorre salvaguardare l’unità di un partito, quello democratico in questo caso, e la responsabilità non può certo essere di una sola componente del gruppo. Come ho scritto per l’unità serve l’impegno di tutti. Esistono una maggioranza e una minoranza nel PD poiché, si presuppone, la pluralità di idee è un valore e non un limite, poiché la dialettica è una strategia e non una zavorra. Così la dirigenza attuale ha responsabilità tanto quanto le componenti interne del partito. Ovviamente, come accade in ogni organizzazione, l’onore e l’onere spettano al leader quindi di primaria importanza è che il leader si impegni concretamente, sinceramente e con tutto se stesso affinché questo scopo sia perseguito. A ciascun membro del gruppo/organizzazione/partito spetta il compito, non meno importante, di non rendere tale lavoro impossibile. Non esiste organizzazione senza cooperazione.

Il PD che ha una storia tutta sua, è una creatura che rende di per sé difficile tutto. È il frutto di un processo politico forse affrettato, poco ponderato e sicuramente lontano dal suo compimento. C’è da capire cosa voglia essere il PD da grande. Da poco più di un anno un primo importante passo per la costruzione dell’identità politica del PD è stato compiuto: l’ingresso nella famiglia dei partiti socialisti europei (PSE).

All’interno dei vari partiti socialdemocratici esistono minoranze e maggioranze che si possono descrivere, in modo certo semplicistico ma molto efficace, di sinistra o di destra. Quindi non vivo affatto con stupore, rabbia o ribrezzo il fatto che esistano delle correnti. Mi stupisco solo che non siano ben coordinate, ben strutturate e che non riescano a creare una cooperazione sufficientemente stabile e credibile da proporsi come alternativa. Questo avviene negli altri Paesi europei: in Uk l’area di “destra” o “blairiana” si scontra ora con l’ala di sinistra che apparentemente sembrava essere uscita sconfitta dopo la débâcle di Ed Milliband. Invece, il candidato Jeremy Corbyn è dato favorito con oltre il 43%. Tony Blair ha lanciato l’allarme dicendo che la sua eventuale vittoria distruggerà il Labour Party. Forse, invece, lo salverà dalla deriva liberista che proprio Blair con la c.d. terza via aveva originato. Gli elettori decideranno. In Germania, l’SPD, invece, vede l’ala più liberale al potere, fianco a fianco con la CDU, mentre la minoranza di sinistra, denominata Demokratische Linke, lavora in modo forte nel partito, soprattutto attraverso il ruolo del gruppo giovanile (Jusos), per il capovolgimento del paradigma attuale. E in Italia? Abbiamo un partito che cerca di capire che cosa è dove voglia andare e al suo interno ci sono una moltitudine di posizioni che si contendono il ruolo di minoranza del PD. Il punto nodale è l’assenza di una vera visione comune di base che possa avvicinarci all’SPD, al Labour o al PSOE. In quei partiti è chiaro che ci sono valori comuni all’orizzonte, sono le strategie impiegate per realizzare quei valori che definiscono le componenti interne, non certo i valori, non certo la Weltanschauung di quei partiti. Nel PD ho la sensazione che manchi prima di tutto questo.

Un punto di partenza può essere la risposta data dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in un’intervista a L’Unità. Rispondendo alla domanda “nelle geografie interne del PD lei come si vede?”, Orlando ha risposto “un militante della sinistra riformista, un convinto aderente al socialismo europeo alla prova del governo”. Ecco, un aderente al socialismo europeo. Questo è l’orizzonte di valori a cui ispirarsi e guardare. Le ricette con cui poi si vogliono realizzare tali valori sono sul tavolo o dovranno ancora arrivare. Ma manca qualche cosa che sia specifico per la storia del PD.

Ciò che serve attualmente è una minoranza interna ben organizzata che consideri l’unità come un valore e il confronto interno come un momento di emancipazione. C’è bisogno di un gruppo che riscopra il senso di quell’esperienza che è stata L’Ulivo, da inserire, oggi, nel panorama del socialismo europeo.

Alcuni temi devono essere ricondotti al centro del dibattito e proposti come punti qualificanti per l’edificazione di una vera alternativa non al PD, ma per il PD. Per esempio la questione dei diritti dei lavoratori, il ruolo dello Stato, la questione della legalità, il senso dell’Europa come unione Politica oltre che economica, e così via. Che lavori con la dirigenza di questo PD, ma che senza timori né vergogna, si prepari per il confronto che ci sarà prossimamente. Che lavori senza ambiguità alla costruzione dell’alternativa che serve al PD e al Paese e che costruisca anche la classe dirigente in grado di portare avanti questa sfida. Da dentro.

 

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