Pregi e difetti dell’ultimo libro di Giampaolo Pansa

Per Giampaolo Pansa l’erede di Silvio Berlusconi, «che è alla fine della sua vita politica» e ha commesso «tanti errori», «non può essere Matteo Salvini». Eppure il noto giornalista e scrittore piemontese ha inserito il leader della Lega Nord a pieno titolo nel percorso della destra italiana che ricostruisce nel suo ultimo libro, La Destra siamo noi. Una controstoria italiana da Scelba a Salvini (Rizzoli, Milano 2015 pp. 407, euro 19,90). Secondo Pansa, però, Salvini non rappresenta altro che «un esemplare politico del nostro tempo: furbastro, volgare, pronto a sfidare il ridicolo pur di far parlare di sé» (p. 398). Un accostamento, quello scelto nel titolo fra Mario Scelba (1901-1991) e Salvini, che potrebbe quindi essere del tutto fuori luogo, perché Scelba era un vero e proprio statista, unico (o quasi) ministro degli Interni che ha cercato di contenere gli estremismi e le violenze del comunismo del nostro Paese (ma che voleva mettere comunque fuori legge il partito neo-fascista del Msi. Eppure Scelba, ha affermato al riguardo Pansa «voleva anche mettere  fuorilegge il Pci dopo l’attentato a Togliatti. Fu De Gasperi a dirgli un no secco, di quelli  che solo lui sapeva dire» (cit. in Valerio Goletti, Pansa parla del suo libro: non sputate sulla destra, l’Italia ne ha bisogno, in Secolo d’Italia, 14 febbraio 2015).

DOPO IL SANGUE, ORA LA MEMORIA “DEI VINTI”

Da quando ha scritto il noto best seller “Il sangue dei vinti” (2003) Giampaolo Pansa sta meritoriamente tenendo viva l’attenzione sugli eventi nascosti sulla “guerra civile italiana” (1943-45), in particolare sui “crimini della Resistenza rossa” e, con questo ultimo libro, dopo il “sangue”, ridona dignità alla memoria dei “vinti” della secondo guerra mondiale. Parliamo, quindi, del mondo della destra italiana, che Pansa ci offre con la sua ultima opera con una serie di narrazioni e racconti storici, dal dopoguerra agli anni Novanta (con la “fuga in avanti” citata su Salvini), che ha il merito di rifuggire da riti e miti della “vulgata” politicamente corretta imposta dalle varie sinistre culturalmente egemoniche, almeno fino a due decenni fa.

Nel libro Pansa dimostra che la destra, in tutte le varianti che esamina – neofascismo, moderatismo, destra reazionaria, monarchica, ecc. – è stata protagonista della storia dell’Italia nel dopoguerra ed è stato sbagliato considerare quel mondo come un’area di bombaroli neri da stangare e da tenere ai margini. La destra, insomma, appartiene alla vita del nostro Paese, e per questo il provocatorio titolo dell’opera è ‘la destra siamo noi’.

STORIA DELLA DESTRA ITALIANA: CHI C’E’

Molto interessanti, nel “pantheon della destra” offerto da Pansa, anche se variamente anticipati in diversi suoi libri precedenti usciti, sono i capitoli dedicati, fra gli altri, allo scrittore e fondatore del settimanale satirico-politico “Il Candido” (1945-1957) Giovannino Guareschi (1908-1968), al comandante della “X MAS” Junio Valerio Borghese (1906-1974), al conte Edgardo Sogno (1915-2000), al giornalista, saggista e più volte parlamentare del Movimento Sociale Italiano Giorgio Pisanò (1924-1997). Naturalmente, poi, ampio spazio  è dedicato a Giorgio Almirante (1914-1988), lo storico segretario del partito missino, da lui fondato a Roma nel dicembre 1946, insieme ad altri reduci della Repubblica Sociale Italiana.

DESTRA: CHI NON C’E’

Ma dobbiamo anche dire che fra le varie destre, si avverte la mancanza di quella cattolica. Il libro di Pansa, che non è uno storico di professione e, quindi, il suo lavoro non va esaminato dal punto di vista della esaustività storiografica, si presta infatti ad una osservazione critica: se di destra nel dopoguerra fino ad oggi si doveva parlare, qualche pagina andava a nostro avviso spesa per la galassia della destra cattolica. Parlo almeno delle sue manifestazioni che hanno avuto un certo seguito nel Paese, sia nell’ambito politico sia culturale, senza comunque poter giungere ad una affermazione a causa dei noti fattori ostativi, interni e internazionali. Alcuni esempi? In ordine cronologico e per quanto riguarda gli ambienti totalmente estranei al fascismo ed al neo-fascismo: il movimento civico-politico “Civiltà Italica”, fondato a Roma nel 1946 da Monsignor Roberto Ronca (1901-1977) e che editò l’omonimo “mensile di studi politici economici e sociali” (1950-1954), i Comitati Civici, fondato nel febbraio 1948 dal prof. Luigi Gedda (1902-2000), che non ultimarono certo la loro azione civico-culturale con le elezioni del 18 aprile del 1948 e, infine, il movimento e l’agenzia d’informazione “Europa Settanta”, fondata all’inizio del 1968 dai più volte deputati Dc Giuseppe Zamberletti e Bartolo Ciccardini (1928-2014), che in piena contestazione proposero d’affrontare “dal basso” la riforma dello Stato presentando alla Camera un progetto di legge per l’elezione diretta dei sindaci, nel proposito di risalire all’elezione diretta dei Presidenti di Regione e, da ultimo, con graduale affermazione della stessa logica, all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica.

Per quanto concerne invece le espressioni che, piò o meno direttamente, si sono richiamate all’eredità del Regime di Mussolini, sono assenti nel libro di Pansa, ad esempio, le esperienze della rivista e dei gruppi di studio legati a “Adveniat Regnum”, fondati a Roma nel 1962 da Fausto Belfiori (ad essi collaborò ad esempio il noto intellettuale di destra Vittorio Barbiellini Amidei), del movimento civico-politico “Civiltà Cristiana” di Franco Antico (1932-1981) e della rivista ad esso collegata “Vigilia Romana” (1969-74), dell’associazione politica “Giovane Italia”, fondata a Roma nel 1954 da Fabio De Felice (che ne fu primo presidente) e Massimo Anderson (primo segretario generale) e, infine, del gruppo e della rivista L’Alfiere, pubblicazione anti-risorgimentale fondata a Napoli dall’avv. Silvio Vitale (1928-2005) promossa, fra gli altri, da scrittori e leader tradizionalisti del calibro di Attilio Mordini (1923-1966).

LA “FANTA-STORIA” (CHE NON GIOVA)

Nella “Parte prima” del libro c’è un capitolo intitolato “Natascia e il senatore – 1954” (pp. 68-76), che tratta della penosa figura di un giovane prostituto transessuale, chiamato nel giro della “Roma bene” degli anni Cinquanta nel quale “esercitava” “Natascia”, la cui vita, non si capisce bene se inventata o meno, come scrive Pansa “[…] cambiò nell’autunno del 1954, quando incontrò un senatore della Democrazia cristiana: Ludovico Dongo. Dongo era un veneto sui cinquant’anni, alto, segaligno, vedovo senza figli, con la fama del moralista, un implacabile fustigatore dei corrotti e di quanti conducevano una vita privata dissoluta. Democristiano di destra, era un cattolico tradizionalista, iscritto all’Opus Dei, nemico dei film scollacciati e delle riviste che presentavano ragazze svestite” (p. 73). A parte il fatto che, quando c’è da creare “leggende nere”, anche Pansa non riesce a fare a meno di chiamare in causa l’Opera fondata da Josemaría Escrivá (1902-1975), che comunque è un santo della Chiesa cattolica canonizzato nel 2002 da papa Giovanni Paolo II (peraltro negli statuti dell’Opus Dei non è prevista nessuna “iscrizione”, perché il farne parte è la conseguenza di una vocazione divina sottoposta al discernimento dei responsabili dell’organizzazione). C’è poi la questione della veridicità della figura del “sen. Dongo”, che è descritto (anche con scabrosi dettagli pornografici) nei suoi rapporti con “Natascia” ma che è totalmente inventato (chi vuole può verificare anche consultando l’Elenco storico dei Senatori della Repubblica). Ma il lettore è invece portato a dare del tutto per scontato che tale figura di somma ipocrisia e doppiezza sia realmente esistita! E’ vero che Pansa ricorre talvolta a interlocutori inventati nei suoi libri, ma non ha mai “inventato di sana pianta” un capitolo, scritto con dettagli e circostanze storiche, come in questo caso. Infatti, dando a credere che si tratti di una vicenda storicamente avvenuta, Pansa ha tratto totalmente dalla sua fantasia la figura del democristiano di destra Ludovico Dongo che, comunque, non figura nell’indice dei nomi presente alla fine del libro di Pansa (pp. 401-407). E’ pure vero che, scrive lo stesso Pansa, nel libro «ci sono anche personaggi nati dalla mia fantasia» (op. cit., p. 11). Il fatto però che l’unico capitolo inventato di sana pianta sia quello riguardante il “sen. Dongo”, fa in effetti rimanere piuttosto sconcertati.

PANSA IN PILLOLE

Giampaolo Pansa è uno dei più affermati giornalisti scrittori italiani. Nato a Casale Monferrato nel 1935 ha alle spalle oltre mezzo secolo di carriera giornalistica, lavorando nelle redazioni politiche di grandi testate nazionali come La Stampa, il Giorno, il Corriere della Sera, Panorama, La Repubblica e L’Espresso, settimanale del quale è stato condirettore. In questo periodo ha scritto saggi di storia contemporanea come La resistenza in Piemonte (1965), L’esercito di Salò (1970), Ottobre addio. Viaggio tra i comunisti italiani (1982) Il gladio e l’alloro (1991) e romanzi incentrati sulla guerra civile italiana (1943-45) come Ma l’amore no (1994), I nostri giorni proibiti (1997), Il bambino che guardava le donne (1999) e I figli dell’Aquila (2002).

Negli ultimi quindici anni gli è arriso un successo senza precedenti con saggi e romanzi che hanno tolto il velo sulle violenze compiute dai partigiani comunisti nei confronti di fascisti o ritenuti tali, “partigiani bianchi” e, talvolta, anche comunisti “dissidenti” e cittadini comuni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tutto è partito con il noto Il sangue dei vinti (2003), libro al quale sono seguiti, fra gli altri, Sconosciuto 1945 (2004), Le notti dei fuochi (2004), La grande bugia (2006), I gendarmi della memoria (2007), I tre inverni della paura (2008), Il romanzo della guerra civile (2009), Il revisionista (2009), I vinti non dimenticano (2010), Bella ciao. Controstoria della resistenza (2014), Eia eia alalà. Controstoria del fascismo (2014).

Durante le presentazione del libro “La grande bugia” in un hotel di Reggio Emilia il 16 ottobre 2006, Pansa ha dovuto subire persino la prima di una serie di violente contestazioni da parte di quelli che, in successiva opera, ha definito i “gendarmi della memoria” (giovani – e meno giovani – dei centri sociali, ex/neo/post-comunisti, organizzazioni partigiane rosse etc.).

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