Il Manifesto ecomodernista è stato realizzato da 18 ricercatori, scienziati, attivisti e cittadini che credono che la conoscenza e la tecnologia, unite alla saggezza, permetteranno lo sviluppo di un buon Antropocene, l’era degli umani. Tra di essi figurano i nomi di Ruth Defries (Columbia University), David Keith (fisico della Harvard Kennedy school), Martin Lewis (Standford University), Ted Nordhaus (co-fondatore del Breakthrough institute), Rachel Pritzker, Joyashree Roy (tra gli scienziati del premio Nobel per la pace 2007), Michael Shellenberger (presidente del Breakthrough institute) e Peter Teague (consigliere ambientale di senatori Usa)

Dire che la Terra sia un pianeta umano diventa un’affermazione sempre più vera. Gli uomini vengono dalla Terra ed essa è rimodellata da mani umane. Molti scienziati della Terra esprimono ciò affermando che il nostro pianeta sia entrato in una nuova epoca geo¬logica: l’Antropocene, l’era degli umani. In qualità di ricercatori, scienziati, attivisti e cittadini, scriviamo con convinzione che la conoscenza e la tecnologia, insieme alla saggezza, possano permettere lo sviluppo di un buon Antropocene. Ciò richiede che gli uomini e le donne usino i loro crescenti poteri sociali, economici e tecnologici per costruire una vita migliore, per stabilizzare il clima e per proteggere il mondo naturale.

Affermiamo perciò un ideale ambientale di lunga data, in base al quale l’umanità deve limitare il suo impatto ambientale, lasciando più spazio alla natura, mentre rifiutiamo l’ideale per cui le società umane, al fine di evitare un collasso economico ed ecologico, debbano armonizzarsi con la natura. Questi due ideali non possono più conciliare. Come regola generale, i sistemi naturali non saranno protetti o migliorati dall’espansione della dipendenza del genere umano da essi. La chiave per separare lo sviluppo umano dai negativi impatti che ha sull’ambiente sta nell’intensificare molte delle attività umane, in particolar modo l’agricoltura, le estrazioni di materie prime, la silvicoltura e gli insediamenti umani, facendo in modo che esse sfruttino meno terra e interferiscano il meno possibile con il mondo naturale.

Questi processi socio-economici e tecnologici sono centrali per la modernizzazione dell’economia e per la protezione dell’ambiente. Insieme, permettono alle persone di mitigare il cambiamento climatico, tutelare la natura e alleviare la povertà a livello globale. Anche se fino a ora ci siamo espressi separatamente, i nostri punti di vista sono sempre più discussi come un unicum. Ci definiamo ecopragmatisti ed ecomodernisti. Offriamo questa dichiarazione per affermare e chiarire le nostre opinioni e per descrivere la nostra visione, che mette gli straordinari poteri del genere umano al servizio dello sviluppo di un buon Antropocene.

Considerando che gli esseri umani sono completamente dipendenti dalla biosfera in cui vivono, com’è possibile che l’uomo stia danneggiando così tanto i sistemi naturali senza danneggiare anche se stesso? Il ruolo che la tecnologia ha nel ridurre la dipendenza dell’umanità dalla natura spiega questo paradosso. Le tecnologie hanno reso gli uomini meno dipendenti da molti ecosistemi che una volta garantivano il loro sostentamento, e che ora, in molti casi, sono stati profondamente danneggiati. La crescita della popolazione deriva in primo luogo da un allungamento della vita e dalla riduzione della mortalità infantile, non dall’aumento della fertilità. Considerando questi e altri trend attuali, è possibile che la popolazione umana raggiunga il picco in questo secolo, per poi cominciare a diminuire. Le città occupano solo dall’1 al 3% della superficie terrestre e tuttavia ospitano circa 4 miliardi di persone; esse, quindi, rappresentano e sono il traino della separazione tra l’umanità e la natura, con risultati ben migliori nel fornire in modo efficace i beni materiali e riducendo, al tempo stesso, gli impatti ambientali rispetto alle economie rurali. Presi insieme, tutti questi andamenti significano che anche l’impatto umano sull’ambiente, incluso l’uso della terra, il sovrasfruttamento e l’inquinamento, può raggiungere in questo secolo il suo massimo livello e poi cominciare a ridursi. Capire e promuovere questi processi emergenti significa avere l’opportunità di rinverdire e far aumentare la natura selvaggia del nostro pianeta, pur assistendo alla transizione dei Paesi in via di sviluppo verso moderni stili di vita e all’eliminazione della povertà materiale. Le tecnologie usate dai nostri antenati garantivano standard di vita molto più bassi e un impatto ambientale pro-capite molto più elevato. Le tecnologie moderne, invece, usando in modo più efficiente i flussi naturali e i servizi, offrono una reale opportunità per ridurre gli impatti umani nella biosfera. Usare queste tecnologie significa trovare il percorso per una buona era dell’Antropocene. L’urbanizzazione, l’acquacoltura, l’intensificazione agricola, l’energia nucleare e la desalinizzazione, sono tutti processi con un effettivo potenziale per ridurre le richieste umane all’ambiente, dando più spazio alle specie non umane. Un accesso completo alle moderne energie è un prerequisito essenziale per lo sviluppo umano e per separare lo sviluppo dalla natura. Il percorso etico e pragmatico verso un’economia energetica globale giusta e sostenibile richiede che gli esseri umani facciano presto ricorso a fonti energetiche economiche, pulite, dense e abbondanti. Gli esseri dipenderanno sempre e in qualche modo dalla natura. Anche se un mondo sintetico fosse possibile, molti di noi potrebbero scegliere di continuare a vivere a più stretto contatto con la natura rispetto a quanto necessario per il sostentamento umano. La dissociazione dalla natura offre la possibilità di dare alla dipendenza umana dalla natura un assetto meno distruttivo. Insieme alla dissociazione dei bisogni umani dalla natura, stabilire un impegno duraturo per preservare un ambiente selvaggio, la biodiversità e un mosaico di bellissimi panorami, richiederà una connessione emozionale molto profonda con essi. Le soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali devono essere considerate anche all’interno di un contesto sociale, economico e politico più ampio. Pensiamo che sia controproducente per Paesi come la Germania e il Giappone e per Stati come la California dare impulso alle centrali nucleari, ricarbonizzare i loro settori energetici e riassociare le proprie economie a fonti fossili e biomasse. Tuttavia, questi esempi sottolineano chiaramente che le scelte tecnologiche non saranno determinate da realtà internazionali remote, ma da istituzioni e culture nazionali e locali. Troppo spesso le discussioni sull’ambiente sono state dominate da estremismi e plagiate da dogmatismi che, alla resa dei conti, alimentano intolleranza. Noi prendiamo in considerazione i principi liberali della democrazia, della tolleranza e del pluralismo e crediamo che siano la chiave giusta per raggiungere un grande Antropocene.

Traduzione di Valeria Serpentini

Condividi tramite