Questa storia delle nomine Rai ha scatenato l’attenzione pruriginosa di tutta la stampa. Dato che la Rai non è da tempo servizio pubblico, da altrettanto tempo le discussioni attorno alla Rai non sono questione che può interessare l’opinione pubblica. È dunque tutta una questione di contabilità tra addetti ai lavori.
La maggior parte dell’opinione pubblica, essendo balcanizzata, mortificata dalle piattaforme mediatiche tradizionali, quelle di un’offerta televisiva che non può che radicalizzare la naturale predisposizione delle masse all’essere coatti, figuriamoci che può capire di questioni legate a rainews, netflix, sky e compagnia bella. I più sperti al bar, prima che sky aumentasse i controlli, al massimo ne capivano di schede sky truccate. Ma giusto per vedersi le partite di calcio. Insomma, parlare di Rai è come parlare alla gente in piazza il 6 di Agosto, addubbati di pesce spada, di eutanasia, di testamento biologico, quei temi radicali che possono interessare, se va bene, quella piccola frazione di italiani che fumano gitanes.
Certo, a vedere le facce dei nuovi membri del cda della Rai, viene onestamente qualche domanda. Ma solo i lettori rattusi di livore de Il Fatto possono godere dell’acrimonia e del buttamerdismo che li coagula facendoli trombo sociale. Se invece si ha un po’ di fantasia e si ha avuto la fortuna, com’è capitato a me, di leggere “Statti attento da me” di Amleto da Silva, beh la sua dettagliata descrizione della redazione del giornale locale, è la riprova di come l’arte e l’immaginazione smorfino il futuro. Tant’è.

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