Perché per ridurre l’oppressione tributaria serve un appiglio teorico

Perché per ridurre l’oppressione tributaria serve un appiglio teorico

Questa volta il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato che la prossima Legge di stabilità rappresenterà una svolta: non sarà caratterizzata da aumenti dell’oppressione tributaria ma dalla riduzione del peso di tasse ed imposte al fine principalmente di sorreggere la traballante ripresa che, pare, sia appena avviata.

Sarebbe una cosa buona e giusta se ciò avvenisse, ma il divario tra i dati statistici sull’economia reale nel primo semestre 2015 e la previsioni formulate dall’amministrazione sei mesi fa, ci inducono a nutrire perplessità. Sempre che il governo ed il Parlamento non chiedano flessibilità all’Unione Europa ma – come hanno fatto i francesi – se la prendano, sforando il vincolo di non superare il rapporto del 3% tra indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni e Pil e rinviando il raggiungimento del pareggio di bilancio.

Le spending review, che si succedono da anni pur cambiando spesso le dramatis personae, mostrano che numerosi riduzioni di spesa possono essere fatte rendendo quindi più agevole, sotto il profilo macro-economico, la contrazione dell’oppressione tributaria. Tuttavia, i “tagli” di cui parla questo o quell’esponente politico sono puntiformi, mentre la storia economica dimostra che riduzioni di spesa hanno avuto successo quando sono state precedute da prese di posizione teoriche e da forti campagne politiche non tanto per convincere i cittadini in senso lato ma per vincere i contraccolpi dei quei gruppi (e non sono pochi) che vivono delle rendite generate da spesa pubblica eccessiva o inefficiente.

In Italia non si propone più un ragionamento analogo a quello della “curva di Laffer” di circa trenta cinque anni fa quando, sulla base delle ipotesi dell’economista Arthur Laffer, Ronald Reagan e Margaret Thatcher ridussero scaglioni ed aliquote argomentando che ne sarebbe risultato un impulso all’economia tale da più che recuperare, nell’arco di pochi anni, la perdita temporanea di gettito.

L’assunto, ma non è detto che chi governa l’Italia la pensi così, potrebbe essere ben differente. E potrebbe riassumersi nel proposito un po’ crudo di “affamare la bestia” (ossia la macchina pubblica) allo scopo di ridurre il disavanzo. E così permettere un calo sostenibile delle imposte. L’espressione la dobbiamo a Jonathan Baron, professore di psicologia alla University of Pennsylvania, Edward J. McCaffery, docente di Economia applicata al California Institute of Technology. La troviamo in un loro saggio (Starving the beast: the psychology of budget deficits - Affamare la bestia: la psicologia dei deficit di bilancio).

Baron e McCaffery appartengono a un filone relativamente nuovo della finanza pubblica, quello che coniuga economia quantitativa e psicologia. Nel lavoro citato non hanno solamente elaborato un elegante modello per mostrare con una serie di algoritmi come riducendo il gettito si finisce con fare dimagrire la macchina della spesa pubblica, hanno anche effettuato due esperimenti con la complicità del web.

La grande maggioranza degli intervistati si è detta ben lieta di tagli alla pressione fiscale ed alla spesa pubblica in modo, però, che complessivamente i conti quadrassero; non è stata, però, in grado di esprimere quali programmi di spesa tagliare. Di conseguenza, argomentano Baron e McCaffery, se l’elettorato è in favore di conti pubblici in regola (ipotesi che forse non corrisponde a quella dell’elettorato italiano), una strategia basata sulla riduzione delle razioni di cibo al pachiderma può avere successo. E’ una ricetta che potrebbe avere esiti positivi in Italia, dove si è avvezzi non solo ai disavanzi pubblici ma anche alla crescita dello stock di debito senza curarsi troppo di chi lo pagherà e quando. “Affamare la bestia” è diventato in Italia poco più di uno slogan menzionato una decina di anni fa ma ormai obliato, o quasi.

Altro testo da considerare  è un classico francese che ha avuto diverse edizioni L’arbitraire fiscal di Pascal Salin. Il saggio distrugge l’idea stessa di imposta progressiva sul reddito; mostra come le imposte di successione (su cui pare si trastullino i consiglieri di Matteo Renzi) siano un virus che minaccia la famiglia e la tassazione societaria un peso sulla competitività delle imprese. Salin propone uno Stato minimo ed un’aliquota unica (o al massimo due) da applicarsi principalmente sulle transazioni. L’opposto del sistema tributario che gli italiani imputano a Visco, ma che ha provocato una crisi tale di rigetto da potersi ormai profilare all’orizzonte una riforma alla Salin. Eloquente il lavoro Fiscal Interactions Among European Countries: Does the EU Matter?’ (Interazione tributaria tra i Paesi Europei: l’Ue conta qualcosa? di Michela Redoano della Università di Warwick) da cui si deduce che, anche se i Paesi di piccole dimensioni seguono quelli di maggiore taglia e maggiore popolazione nella definizione delle loro politiche tributarie, in molti casi si è passati dall’interdipendenza tributaria alla indipendenza, proprio al fine di attirare capitali ed investimenti (dal resto del mondo e da altri Paesi Ue).

Si potrebbe, poi, ricordare il lavoro di Graziella Bertocchi della Università di Modena (la rossa): The Vanishing Bequest Tax: The Comparative Evolution of Bequest Taxation in Historical Perspective (La fine dell’imposta di successione: evoluzione comparata del tributo in prospettiva storica), il saggio di Wojcech Kopzuk (Columbia University) e Joseph Lupton (Federal Reserve Board); To Leave or Not to Leave: The Distribution of Bequest Motives (Lasciare o non lasciare: la distribuzione dei motivi dei lasciti) pubblicato nella  Review of Economic Studies e lo studio giuridico (i suoi primi amori) più economico di Jeffrey Cooper; Interstate Competition and State Death Taxes: A Modern Crisis in Historical Perspective (Competizione tra gli Stati e imposta di successione: una crisi moderna in prospettiva storica) apparso nella Pepperdine Law Review. Chris William Sanchirico della Università della Pennsylvania dimostra che le troppe tasse sul lavoro creano fannulloni nel lavoro Progressivity and Potential Income: Measuring the Effect of Changing Work Patterns on Income Tax Progressivity (Progressività e reddito potenziale: gli effetti della progressività tributaria sulle abitudini di lavoro).

Tuttavia, questi lavori hanno un difetto imperdonabile per il “cerchio magico” di Palazzo Chigi: sono scritti da economisti e contengono una buona dose di matematica per sviluppare l’elaborazione teorica.

Per chi non mastica la matematica, si troverà a più agio con un volume di circa trecento pagine, uscito a fine 2014, e di cui è appena arrivata in libreria la traduzione in una bella edizione curata dalla IBL Libri Democrazia e Ignoranza Politica – Perché uno Stato più Snello Sbaglia di Meno di Ilya Somin, un giurista della School of Law della George Mason University, nei pressi della capitale degli Stati (la cui spesa pubblica non sfiora il 40% del Pil mentre quella italiana supera il 50%).

Somin non prende l’avvio da teoremi economici e da algoritmi econometrici ma da una constatazione, surrogata da numerose indagini campionarie. La scarsa preparazione dei cittadini fa sì che essi non sono attrezzati ad esaminare con cognizione di causa le decisioni politiche, specialmente quelle di spesa.:un’indagine su 14 democrazie indica che Italia e Stati Uniti si collocano ai livelli più bassi della conoscenza delle decisioni politiche e dei loro impatti (l’Italia è all’ultimo posto, gli Usa per un soffio sono al secondo) .Da un lato, ciò crea disaffezione (non andare a votare e votare scheda bianca o coscientemente nulla). Ciò è il risultato di un comportamento razionale; di fronte a disegni di legge sempre più oscuri (che si sommano a quelli davvero arcani dell’UE), il cittadino pensa che il loro voto non può incidere su una politica, su un programma, su una misura e, quindi, è disincentivato a partecipare.

Si prendono decisioni migliori e più consapevoli quando si percepisce in maniera evidente che la loro scelta chiara sulla loro vita, come avviene nel mercato dei beni e servizi. Uno Stato meno complesso (e quindi che spenda meno) può riportare i cittadini alla politica – obiettivo principe  di Matteo Renzi secondo le sue frequenti affermazioni. Il lavoro di Somin può essergli essenziale per trovare il percorso, riducendo, con le dimensioni dello Stato , l’oppressione tributaria.

ultima modifica: 2015-08-24T09:00:10+00:00 da Giuseppe Pennisi

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