Era il principiar di Giugno e, dunque, della bella stagione, quando lui iniziò a convincersi che quel sentirsi sempre come quando con l’auto si prende bruscamente il tratto in discesa di un avvallamento dipendeva da lei. Iniziò a guardarla con altri occhi. Senza che lei se ne avvedesse. La guardava, l’osservava. Per lungo e per largo. Da capo a piedi, la squadrava tutta. L’incedere, il portamento. Le pose del collo. I suoi occhi attraverso gli occhiali. Il profilo, l’attaccatura della caviglia spinta da un tacco di tanto in tanto più pronunciato. Il colore della pelle.
Come un numerista, provava a decifrare ogni smorfia di lei sperando di arrivare, con l’occhio che si faceva sempre più attento, fino all’anima. Prevederne l’umore. Capirne i sentimenti.
Lei, però, continuava a non saperne nulla di tutta questa attenzione. E di tutte queste riprese con la più a tuttotondo delle regie, quella di Cupido. Il sentimento di lui si rinforzava senza che con lei avesse alcuno scambio. Nessun contatto. Si conoscevano, certo, ma a livello epidermico. Anzi, epiteliale.
Quando la bella stagione s’imbrunì, e alle finestre si andava annunziando l’autunno, venne di lei il compleanno. Evidentemente, l’invito alla festa di lei non fu inviato con la stessa attenzione di come fu ricevuto. Lui, ormai, era convinto di conoscere lei meglio di chiunque altro. Aveva costruito il suo amore privato. Autarchico. Egoistico. Solitario. Forte di un sentimento di cui non aveva ancora imparato l’umiltà, né fatto esperienza, si avvicinò a lei facendo tutto quello che non avrebbe dovuto fare. Dicendo tutto quello che non avrebbe dovuto dire. Soffiò la più rigida delle tramontane in quella sera d’inizio autunno. Era il 22 Settembre. Sbuff.

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