Buone nuove per l’Unità, la storica testata fondata nel 1924 da Antonio Gramsci, letteralmente cambiata rispetto al suo passato: se in meglio o in peggio lo diranno i lettori.

Quel che conta davvero è che ora, dopo il passo indietro dell’editore Guido Veneziani e alcuni colpi di coda magistralmente rintuzzati dal giudice del Tribunale Fallimentare di Roma, Luisa De Renzis, la parola passa finalmente ai creditori chiamati il 6 ottobre prossimo ad approvare e votare il concordato preventivo messo a punto dai liquidatori della Nie, la vecchia società editrice, guidata dall’ad Fabrizio Meli, posta in liquidazione un anno fa per i rilevanti debiti accumulati: 32,9 milioni di euro di passivo nel bilancio 2013, che costrinsero i liquidatori a sospendere dal 1° agosto le pubblicazioni in ragione degli alti costi, 700-800 mila euro a numero.

La telenovela sembra, dunque, giunta al cosiddetto lieto fine, nonostante tiri mancini dell’ultimora proiettati verso il fallimento. In altre parole, grazie all’inflessibile e certosino lavoro del giudice De Renzis, “alla fine è prevalso il diritto e, con esso, la correttezza e il buon senso”, sottolinea, con una punta d’orgoglio, Emanuele D’Innella che, uscito di scena inaspettatamente l’altro liquidatore Carlo Papa, brillantemente sostituito da Francesca Tripodi, ha compiuto il miracolo: rispettare in toto il mandato ricevuto a suo tempo, ossia massimizzazione degli asset societari, e quindi salvare un’azienda decotta e fuori mercato, unitamente ad un patrimonio umano e professionale, giornalisti e poligrafici, e infine, fatto per nulla scontato, tutelare i creditori della storica testata.

Confermato così di recente dal giudice l’impianto complessivo del concordato preventivo, che recepisce l’offerta della nuova società editrice Unità srl, ossia l’affitto del ramo d’azienda pari a 90 mila euro mensili e la immutata fidejussione bancaria di Banca Intesa pari a 10 milioni di euro a garanzia del successivo acquisto, tocca il 6 ottobre prossimo legittimamente ai creditori della testata votare ed approvare l’omologa, l’ultimo passaggio assai importante e decisivo per scongiurare definitivamente il fallimento.

Insomma, tutto bene quel che finisce bene, specie quando e se di mezzo ci sono variabili inaspettate e impreviste a complicare il già difficile rispetto del quadro normativo e legislativo di uno Stato di diritto. Quanto poi al futuro del quotidiano saranno i lettori a decidere la sua sorte: per adesso quel che conta è che il diritto non è venuto meno al suo ruolo e funzione.

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