Perché la Fed (non) alzerà i tassi

Perché la Fed (non) alzerà i tassi

Riunione cruciale, quella della Fed, convocata per mercoledì e giovedì prossimi. Nella consueta due giorni del FOMC, è nuovamente all’ordine del giorno il “liftoff”, il primo innalzamento del tasso ufficiale di sconto dopo nove anni, e dopo ben sei anni a tasso zero. Mai come stavolta c’è grande incertezza. Sul piano interno, militano a favore di un aumento dello 0,25% ben tre andamenti congiunturali favorevoli: la riduzione della disoccupazione, giunta al 5,1%, sebbene sottenda una contrazione costante della popolazione attiva; la crescita del GDP, che nel secondo trimestre ha segnato il record del 3,7%, rendendo credibile un +3% a chiusura d’anno; la contrazione dello sbilancio dei conti con l’estero che a luglio scorso ha registrato la migliore performance da cinque mesi a questa parte, con un passivo di appena 41,9 miliardi di dollari.

Rispetto agli obiettivi che la Fed si era data, manca solo la crescita dell’inflazione, ancora lontana dal 2%, soprattutto per via del calo dei prodotti petroliferi. Sullo sfondo, c’è anche la necessità di ribilanciare gradualmente il mercato finanziario con una crescita dei rendimenti obbligazionari, visto che l’andamento delle azioni su Wall Street ha gia raggiunto e consolidato livelli coerenti con il periodo precedente alla crisi del 2008.
Ci sono, all’opposto e molto più consistenti, equilibri e problematiche a livello internazionale che militano per un rinvio dell’aumento dei tassi.

Una decisione di questo genere avrebbe quattro conseguenze negative. In primo luogo, determinerebbe un rafforzamento del dollaro che, sul versante della bilancia commerciale americana, peggiorerebbe il positivo andamento registrato in questi ultimi mesi. A luglio scorso, infatti, il deficit statunitense per beni e servizi è aumentato comunque di 10.6 miliardi di dollari (+3.6%) rispetto allo stesso periodo del 2014: infatti, le esportazioni sono diminuite di 47 miliardi di dollari (-3.5%), mentre le importazioni sono diminuite di 36.4 miliardi (-2.2%). Il commercio internazionale mostra segnali di cedimento. Per gli Usa ricomincerebbe un un nuovo ciclo negativo sul versante delle partite commerciali. In secondo luogo, la debolezza dei Paesi emergenti esportatori di materie prime, dal Brasile al Sud Africa, fino all’Indonesia, dovuta soprattutto al rallentamento della crescita cinese, potrebbe esporre il sistema finanziario americano al rischio di insolvenza di intere filiere produttive: tutto serve, oggi, tranne che una crisi regionale anche periferica.

In ogni caso, la svalutazione da parte di tante valute aggrava già l’onere del rimborso dei debiti denominati in dollari. C’è poi un terzo aspetto: la Cina ha già messo mano ai Treasury Bond americani iscritti all’attivo delle riserve ufficiali per approvvigionarsi della liquidità necessaria a fronteggiare la vendita di yuan. Il cambio con il dollaro si è fatto più favorevole alla valuta cinese, indebolita dal deflusso di capitali e dalla crescita più contenuta rispetto alle previsioni. Un aumento dei tassi da parte della Fed potrebbe rinvigorire questo processo: lo yuan riprenderebbe a svalutarsi, innescando guerre commerciali e si potrebbe verificare una rarefazione della liquidità sul mercato, essendo divenuti prenditori netti di capitale anche i Paesi esportatori di petrolio.

C’è un mondo abbondantemente in subbuglio: dalle sanzioni alla Russia per la vicenda della Ucraina alle divisioni in Europa alle prese con le migrazioni dalla Libia e dalla Siria; dalle tensioni in Cina per la bassa crescita alla recessione nei Paesi emergenti per i prezzi del petrolio e delle materi prime mai così contenuti. Aumentando i tassi, la Fed confermerebbe l’affermazione del Segretario americano al Tesoro John Connally che, dopo lo sganciamento dagli obblighi di Bretton Woods, così replicò agli europei che se ne dolevano: “Il dollaro è la nostra moneta, ma è il vostro problema”. Se aumenta l’entropia, aumenta la centralità del dollaro: ogni nuova crisi internazionale consegna comunque, ed esclusivamente agli Usa, il potere di iniziativa e di intervento. Dismesso il costoso ed inviso unilateralismo militare dei Repubblicani, per i Democratici è quello finanziario che conta.

ultima modifica: 2015-09-15T08:30:48+00:00 da Guido Salerno Aletta

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